16 canzoni sugli psicofarmaci [dai Nirvana a Battiato]

Non sono un medico.
Come psicologo e psicoterapeuta non posso prescrivere farmaci, tantomeno dare dei “consigli” su modalità e dosaggi; tuttavia mi trovo a contatto con la farmacologia perché a volte i miei pazienti assumono: cerco di collaborare con i medici per la salute delle persone e per trovare la migliore terapia possibile.

Cosa penso dei farmaci? Semplice: bisogna vedere che senso clinico hanno, quale obiettivo, per quale malattia, se vengono presi a casaccio o c’è un monitoraggio medico su di essi. Continua a leggere 16 canzoni sugli psicofarmaci [dai Nirvana a Battiato]

Immaginare una canzone è (quasi) come sentirla [RICERCA]

Quali circuiti cerebrali usiamo per l’ascolto e l’immaginazione della musica? Ricercatori americani e canadesi (Zatorre, Halpern,Perry,Meyer e Evans, 1996) si posero questa domanda.

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Ritrovare la memoria grazie alla musica? Ecco cosa dice un grande neurologo sull’Alzheimer

Autore: Dr. Romeo Lippi 

Da tempo la musicoterapia viene applicata con gli anziani, ad esempio con pazienti affetti da Alzheimer.

Volevo scrivere qualcosa su questo argomento ma poi ho visto che le parole di Oliver Sacks (neurologo famosissimo da poco scomparso, lo vedete giovane, fico e rock nella foto dell’articolo) dicevano tutto e mi sono limitato a riportarle:

“La musica sembra toccare certe corde della memoria e dell’emotività che altrimenti sarebbero per loro inaccessibili.”

“è davvero sorprendente vedere persone assenti e cupe reagire immediatamente alla musicoterapia o a una canzone familiare. All’inizio sorridono poi, in qualche modo, tengono il ritmo e alla fine lo seguono.
In un certo senso riconquistano quel periodo delle loro vite e quell’identità che avevano quando hanno ascoltato quelle canzoni per la prima volta.”

“Una cosa comune nei casi di Alzheimer è che i pazienti perdono la memoria degli eventi, la storia della propria vita, i propri ricordi, sembra che non riescano ad accedervi direttamente.
Ma i ricordi sono “racchiusi”, in parte, in cose come la musica; soprattutto per le canzoni che il malato conosceva e specialmente quelle che CANTAVA.”

E così il passato, che non è recuperabile in nessun altro modo, sembra essere custodito “nell’ambra della musica”. Le persone possono riconquistare un senso d’identità, almeno per un po’.

Secondo lo scienziato scomparso, la persona con demenza perde tutti i ricordi e anche l’uso del linguaggio ma tenderà a rispondere, a volte, alle canzoni, alla musica che riconosce familiare.

Le parti del cervello che elaborano gli stimoli sociali sono spesso contigue alle zone dedicate alla memoria, alle emozioni (leggi anche “Ecco perché quando ascoltiamo la musica proviamo piacere”).
Per questo le persone malate possono riavere la sensazione, almeno per un po’, della loro storia, della loro identità, dei loro ricordi.

Oliver Sacks, nel suo libro L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, afferma:

Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita.
Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce un racconto e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità. Ognuno di noi è un racconto peculiare, costruito di continuo, inconsciamente da noi, in noi e attraverso di noi- attraverso le nostre percezioni, i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre azioni; e non ultimo il nostro discorso.
L’uomo ha bisogno di questo racconto interiore continuo, per conservare la sua dignità e il suo sé.”

L’ultimo Tweet di Oliver Sacks è un video con un flashmob dell’Inno alla gioia, dalla Sinfonia n.9 di Beethoven.

Se ti interessa l’argomento stiamo organizzando un’esperienza

scrivici a info@lopsicologodelrock.it
oppure su https://www.facebook.com/lopsicologodelrock

Chissà se, quando sarò vecchio, Vasco e gli Oasis mi aiuteranno a ricordare chi sono.

Autore: Dr. Romeo Lippi 

La musica aiuta 12 donne (troppo razionali) a sentirsi di più e a non parlare solo di “lui”

Mi chiamo Laura. Ho lavorato con una psicoterapeuta come osservatrice in un gruppo.

Le partecipanti erano tutte donne. Si lamentavano delle loro relazioni affettive. Estremamente razionali.

Razionali. Non si davano l’opportunità di sentirsi, non ascoltavano il proprio corpo e i segnali che il loro emisfero destro mandava.

Erano invece occupate a giudicare e razionalizzare eventi e/o persone causa del loro malessere. A parlare di “lui”, di “lei” invece che parlare di loro stesse. Era difficile farle aprire.

La svolta con la musica

Abbiamo detto loro di dirci una canzone che amavano e che le rappresentava e l’abbiamo ascoltata insieme; insieme ci siamo date l’opportunità di fermarci e di stare, di sentire cosa stava accadendo mentre ascoltavamo le parole della canzone scelta e cosa succedeva nel corpo.

(Luca Carboni – Silvia lo sai traccia portata da una ragazza che aveva lasciato il fidanzato con problemi di eroina)

Il clima è così cambiato: abbiamo lasciato un clima giudicante per accogliere un clima empatico.

Abbiamo iniziato a riconoscere i sentimenti che venivano fuori da una “semplice” canzone, e ne sono usciti fuori altri ancora più antichi, che parlavano, finalmente, di loro e non degli altri!

(Gianna Nannini, Mura mura traccia indicata da una ragazza che aveva perso il papà da qualche mese)

Entrare in contatto col “magone”

Una signora esordì dicendo:

non riuscivo a capire da dove veniva questo magone, perché non gli davo sfogo! Sento questo magone nel petto…..non mi ascoltavo da molto tempo…

Da qui l’incontro è divenuto più intimo, privo di giudizi, accogliente e con una consapevolezza diversa, perché c’è stato un “contatto” con l’Io, e non con i semplici fatti.

Si è capita l’importanza di dare ascolto al proprio corpo, attraverso la musica, per poter avere una consapevolezza diversa degli eventi.

(Ornella Vanoni, Domani è un Altro Giorno questa la portò una donna molto insoddisfatta della sua vita, tradita dal marito, divorziata e con tanti rimpianti-problemi anche con i figli)

Risultati: come stanno ora?

Se vuoi sapere come è andata a finire o vorresti avere un’esperienza simile scrivici a info@lopsicologodelrock.it oppure su https://www.facebook.com/lopsicologodelrock

Grazie, emisfero destro!

Autrice: Laura Medici

I mostri che abbiamo dentro descritti da un grande cantautore scomparso

Fa un certo effetto non capire bene
da dove nasce ogni tua reazione.
E tu stai vivendo senza sapere mai
nel tuo profondo quello che sei
quello che sei.

Così inizia la geniale trattazione dell’inconscio composta e eseguita da Giorgio Gaber ne “I mostri che abbiamo dentro”; attraverso suoni tribali, cupi e onirici l’artista guida piano piano l’ascoltatore all’interno di un viaggio introspettivo di cui tutti diventiamo protagonisti.

Cos’è l’inconscio?

Trovando le sue radici già nei pensieri degli antichi greci, il concetto di inconscio prende campo con la nascita della psicoanalisi agli inizi del ‘900.

L’inconscio raccoglie tutti quegli elementi della vita psichica e affettiva che vi sono stati relegati perché troppo dolorosi e/o inaccettabili e, quindi, non accessibili alla coscienza.

In che modo le forze inconsce influenzano la nostra vita

Nella pratica clinica con i pazienti è evidente come le forze inconsce influenzino l’agire e il sentire delle persone senza che queste se ne rendano conto.

Ad esempio, i contenuti inconsci non elaborati sono quelli che ci spingono ad agire in modo che ci accadano sempre le stesse cose, che ci fanno innamorare sempre dello stesso tipo di persone portandoci in un vortice di relazioni fallimentari e che ci mettono continuamente davanti alle medesime frustrazioni.

Per quanto la nostra coscienza possa lavorare allo scopo di tenere sotto controllo le nostre forze sotterranee, prima o poi queste troveranno il modo di emergere.

https://instagram.com/p/8wOKR8O27d/?tagged=gaber

Inutile nascondersi. 

 I mostri che abbiamo dentro
che vagano in ogni mente
sono i nostri oscuri istinti
e inevitabilmente
dobbiamo farci i conti. 

 Quando l’inconscio ci indica che dobbiamo chiedere aiuto

Incubi ricorrenti, ansie non appropriate al contesto, attacchi di panico, somatizzazioni fisiche, alterazioni del tono dell’umore sono alcune tra le principali sintomatologie che ci indicano che qualcosa nella nostra vita cosciente è in dissonanza con la nostra essenza più profonda.

Articolo della Dr. ssa Silvia Pieri 

 

Le sue dita non funzionavano più, ora suona di nuovo grazie ad un trattamento psicologico per la distonia focale

Intervista a cura di: Romeo Lippi 

Ho conosciuto Francesco Faraone tramite un amico comune. Mi ha raccontato la sua storia di chitarrista, di come si è ammalato di distonia focale e di come ne sia uscito.
Mi è sembrata una storia da raccontare.

Se volete parlare direttamente con Francesco, questo è il suo Facebook.

Di seguito un paio di Gruppi Facebook sulla distonia focale: uno italiano, uno internazionale. 

Ci racconti come ti sei accorto dei sintomi?

All’inizio non mi sono reso conto che qualcosa non andava. I problemi erano alla mia mano sulla tastiera della chitarra, la destra essendo io mancino. Semplicemente sembrava che facessi piccoli errori tecnici mentre suonavo, mi esercitavo. Non capivo bene cosa fosse, riuscivo a suonare quasi per bene, solo a volte avevo problemi.

Questi piccoli errori non sparirono, anzi aumentarono e non riuscii a risolverli; cominciai a pensare che ci fosse qualcosa che non andasse; ma tutto questo è durato anni, nei quali pian piano sono arrivato a suonare sempre peggio e ad avere problemi sempre più seri.

Da lì è iniziato tutto l’iter che mi ha portato a fare numerosi esami medici, a consultare molti dottori e specialisti vari, ecc. fino a scoprire che era distonia focale del musicista ed a sentirmi dire che

cure non ve ne erano.

Qual è stato l’effetto sul tuo percorso di musicista?

Devastante poiché al culmine della malattia ho dovuto smettere di suonare; è stato emotivamente molto difficile e pesante.

Dopo sedici anni di musica dover interrompere completamente la cosa che più ami è molto, molto dura.

Nel video gli effetti della distonia su Francesco (2011)

Allora cosa hai fatto? Come ti sentivi?

Ero psicologicamente abbattuto, ma allo stesso tempo provavo anche rabbia. Tutto ciò poi ho scoperto essere un atteggiamento assai errato che aveva negli anni contribuito all’insorgere e all’aggravarsi della patologia.

Quando hai avuto una diagnosi? Come l’hai presa?

Dopo la diagnosi vera e propria, avvenuta a fine 2010 a Firenze, in verità non ero più triste, arrabbiato o abbattuto di prima.

Questo perché già avevo per mie strade capito cosa avessi e mi ero già informato su chi e come potesse aiutarmi a guarire, su quale fosse il percorso difficile ma possibile da intraprendere. E così feci, mollai ogni medico in Italia:

decisi di mettere i soldi da parte per poi partire per la Spagna per curarmi.

Quando e come hai cominciato a fare terapia?

Maggio 2011, Il mio viaggio in Spagna da Joaquin Fabra, colui che mi avrebbe dato tutti gli strumenti per curarmi, colui che mi avrebbe fatto realmente capire cosa è e da dove derivi la distonia focale del musicista.

A Madrid restai una settimana e feci tutti i pomeriggi sedute con Fabra.

In quella settimana la mia vita di musicista è completamente cambiata.

Da quel momento è iniziato il mio recupero, continuato poi nei mesi ed anni successivi a casa, da solo con me stesso, con un profondo lavoro interiore e psicologico.

Francesco migliora (2013)

Come stai adesso?

Oggi posso affermare di essere guarito dalla distonia, di essere uscito dal quel vortice ossessivo psicologico che porta alla ricerca della perfezione tecnica ad ogni costo che ha portato il mio corpo a non riconoscere più certi movimenti.

Cosa hai capito della malattia?

Questa patologia ha completamente cambiato il mio modo di approcciarmi alla chitarra ed alla musica in generale.

Mi ha fatto capire che lo studiare per ore ogni giorno per anni cercando a tutti i costi di raggiungere certe vette è innaturale, è ossessivo, pericoloso e può facilmente far sì che

il nostro corpo si ribelli al troppo a cui lo sottoponiamo.

Oggi mi godo la musica per quello che mi dà, se faccio un errore non me ne curo, oggi adoro i miei limiti perché vuol dire che è il mio corpo che mi parla. E dopo questo lungo iter oggi sono assai più bravo tecnicamente di prima.

Mi sembra che l’aspetto psicologico sia importantissimo… che ruolo ha il pensiero nell’insorgenza e nella guarigione della tua malattia?

La parte psicologica in questa patologia è tutto, almeno per me riferendomi al mio caso specifico. La ricerca ossessiva della perfezione porta, soprattutto nelle persone ansiose, alla ribellione del corpo e quindi a far sì che non riconosca più ciò che prima era facile e semplice, in questo caso i movimenti “fini” che si fanno quando si suona.

Il tutto deriva da un’intenzione, atteggiamento psicologico sbagliato protratto per anni sullo strumento.

La distonia è una specie di lotta che facciamo contro la mano, non capendo che invece il problema è a monte, nella testa.

Allora ci incaponiamo per anni facendo sì che la patologia degeneri del tutto.

La soluzione, semplificando molto, è quindi nel trovare un nuovo atteggiamento psicologico, mentale diverso da quello che si è instaurato in noi in anni e anni. Risolvere e cambiare questo atteggiamento è operazione e lavoro lungo e difficoltoso.

Nel video il pieno recupero di Francesco (2015)

Ora come vivi la musica?

Ora mi godo tutto ciò che mi dà la musica e la chitarra, che sia qualcosa di buono o no.

Che consiglio daresti ad un giovane musicista e ad una persona che soffre di questi sintomi?

Di ascoltare sempre il proprio corpo quando si imbraccia uno strumento e quando si fa musica. Di vivere la musica con gioia sempre.

Di lasciar fuggire ogni ansia, ogni rabbia e sentimento negativo.

Il percorso è difficilissimo, molti desistono, ma la meta è troppo dolce e bella.

Altro consiglio più pratico è di non credere che dalla distonia non se ne esca, io ne sono la prova.

Qual è un brano che potrebbe simbolizzare questa tua avventura?

Direi un bellissimo pezzo di Joe Satriani “ Always with me, always with you”. E’ un brano che studiai anni fa ed è il primo che ho risuonato completamente dopo il recupero dalla distonia.

Sono molto legato a questo pezzo.

N.B.: Questa è un’intervista, personalmente non entro nel merito di indicare quale sia l’eziologia e il trattamento migliore per la distonia focale del musicista. Spero che l’articolo porti a una conoscenza e a un dibattito più ampio, soprattutto per lo sviluppo di buone prassi terapeutiche per chi ne è affetto.

Intervista a cura di: Romeo Lippi