La musica aiuta 12 donne (troppo razionali) a sentirsi di più e a non parlare solo di “lui”

Mi chiamo Laura. Ho lavorato con una psicoterapeuta come osservatrice in un gruppo.

Le partecipanti erano tutte donne. Si lamentavano delle loro relazioni affettive. Estremamente razionali.

Razionali. Non si davano l’opportunità di sentirsi, non ascoltavano il proprio corpo e i segnali che il loro emisfero destro mandava.

Erano invece occupate a giudicare e razionalizzare eventi e/o persone causa del loro malessere. A parlare di “lui”, di “lei” invece che parlare di loro stesse. Era difficile farle aprire.

La svolta con la musica

Abbiamo detto loro di dirci una canzone che amavano e che le rappresentava e l’abbiamo ascoltata insieme; insieme ci siamo date l’opportunità di fermarci e di stare, di sentire cosa stava accadendo mentre ascoltavamo le parole della canzone scelta e cosa succedeva nel corpo.

(Luca Carboni – Silvia lo sai traccia portata da una ragazza che aveva lasciato il fidanzato con problemi di eroina)

Il clima è così cambiato: abbiamo lasciato un clima giudicante per accogliere un clima empatico.

Abbiamo iniziato a riconoscere i sentimenti che venivano fuori da una “semplice” canzone, e ne sono usciti fuori altri ancora più antichi, che parlavano, finalmente, di loro e non degli altri!

(Gianna Nannini, Mura mura traccia indicata da una ragazza che aveva perso il papà da qualche mese)

Entrare in contatto col “magone”

Una signora esordì dicendo:

non riuscivo a capire da dove veniva questo magone, perché non gli davo sfogo! Sento questo magone nel petto…..non mi ascoltavo da molto tempo…

Da qui l’incontro è divenuto più intimo, privo di giudizi, accogliente e con una consapevolezza diversa, perché c’è stato un “contatto” con l’Io, e non con i semplici fatti.

Si è capita l’importanza di dare ascolto al proprio corpo, attraverso la musica, per poter avere una consapevolezza diversa degli eventi.

(Ornella Vanoni, Domani è un Altro Giorno questa la portò una donna molto insoddisfatta della sua vita, tradita dal marito, divorziata e con tanti rimpianti-problemi anche con i figli)

Risultati: come stanno ora?

Se vuoi sapere come è andata a finire o vorresti avere un’esperienza simile scrivici a info@lopsicologodelrock.it oppure su https://www.facebook.com/lopsicologodelrock

Grazie, emisfero destro!

Autrice: Laura Medici

I mostri che abbiamo dentro descritti da un grande cantautore scomparso

Fa un certo effetto non capire bene
da dove nasce ogni tua reazione.
E tu stai vivendo senza sapere mai
nel tuo profondo quello che sei
quello che sei.

Così inizia la geniale trattazione dell’inconscio composta e eseguita da Giorgio Gaber ne “I mostri che abbiamo dentro”; attraverso suoni tribali, cupi e onirici l’artista guida piano piano l’ascoltatore all’interno di un viaggio introspettivo di cui tutti diventiamo protagonisti.

Cos’è l’inconscio?

Trovando le sue radici già nei pensieri degli antichi greci, il concetto di inconscio prende campo con la nascita della psicoanalisi agli inizi del ‘900.

L’inconscio raccoglie tutti quegli elementi della vita psichica e affettiva che vi sono stati relegati perché troppo dolorosi e/o inaccettabili e, quindi, non accessibili alla coscienza.

In che modo le forze inconsce influenzano la nostra vita

Nella pratica clinica con i pazienti è evidente come le forze inconsce influenzino l’agire e il sentire delle persone senza che queste se ne rendano conto.

Ad esempio, i contenuti inconsci non elaborati sono quelli che ci spingono ad agire in modo che ci accadano sempre le stesse cose, che ci fanno innamorare sempre dello stesso tipo di persone portandoci in un vortice di relazioni fallimentari e che ci mettono continuamente davanti alle medesime frustrazioni.

Per quanto la nostra coscienza possa lavorare allo scopo di tenere sotto controllo le nostre forze sotterranee, prima o poi queste troveranno il modo di emergere.

https://instagram.com/p/8wOKR8O27d/?tagged=gaber

Inutile nascondersi. 

 I mostri che abbiamo dentro
che vagano in ogni mente
sono i nostri oscuri istinti
e inevitabilmente
dobbiamo farci i conti. 

 Quando l’inconscio ci indica che dobbiamo chiedere aiuto

Incubi ricorrenti, ansie non appropriate al contesto, attacchi di panico, somatizzazioni fisiche, alterazioni del tono dell’umore sono alcune tra le principali sintomatologie che ci indicano che qualcosa nella nostra vita cosciente è in dissonanza con la nostra essenza più profonda.

Articolo della Dr. ssa Silvia Pieri 

 

Le sue dita non funzionavano più, ora suona di nuovo grazie ad un trattamento psicologico per la distonia focale

Intervista a cura di: Romeo Lippi 

Ho conosciuto Francesco Faraone tramite un amico comune. Mi ha raccontato la sua storia di chitarrista, di come si è ammalato di distonia focale e di come ne sia uscito.
Mi è sembrata una storia da raccontare.

Se volete parlare direttamente con Francesco, questo è il suo Facebook.

Di seguito un paio di Gruppi Facebook sulla distonia focale: uno italiano, uno internazionale. 

Ci racconti come ti sei accorto dei sintomi?

All’inizio non mi sono reso conto che qualcosa non andava. I problemi erano alla mia mano sulla tastiera della chitarra, la destra essendo io mancino. Semplicemente sembrava che facessi piccoli errori tecnici mentre suonavo, mi esercitavo. Non capivo bene cosa fosse, riuscivo a suonare quasi per bene, solo a volte avevo problemi.

Questi piccoli errori non sparirono, anzi aumentarono e non riuscii a risolverli; cominciai a pensare che ci fosse qualcosa che non andasse; ma tutto questo è durato anni, nei quali pian piano sono arrivato a suonare sempre peggio e ad avere problemi sempre più seri.

Da lì è iniziato tutto l’iter che mi ha portato a fare numerosi esami medici, a consultare molti dottori e specialisti vari, ecc. fino a scoprire che era distonia focale del musicista ed a sentirmi dire che

cure non ve ne erano.

Qual è stato l’effetto sul tuo percorso di musicista?

Devastante poiché al culmine della malattia ho dovuto smettere di suonare; è stato emotivamente molto difficile e pesante.

Dopo sedici anni di musica dover interrompere completamente la cosa che più ami è molto, molto dura.

Nel video gli effetti della distonia su Francesco (2011)

Allora cosa hai fatto? Come ti sentivi?

Ero psicologicamente abbattuto, ma allo stesso tempo provavo anche rabbia. Tutto ciò poi ho scoperto essere un atteggiamento assai errato che aveva negli anni contribuito all’insorgere e all’aggravarsi della patologia.

Quando hai avuto una diagnosi? Come l’hai presa?

Dopo la diagnosi vera e propria, avvenuta a fine 2010 a Firenze, in verità non ero più triste, arrabbiato o abbattuto di prima.

Questo perché già avevo per mie strade capito cosa avessi e mi ero già informato su chi e come potesse aiutarmi a guarire, su quale fosse il percorso difficile ma possibile da intraprendere. E così feci, mollai ogni medico in Italia:

decisi di mettere i soldi da parte per poi partire per la Spagna per curarmi.

Quando e come hai cominciato a fare terapia?

Maggio 2011, Il mio viaggio in Spagna da Joaquin Fabra, colui che mi avrebbe dato tutti gli strumenti per curarmi, colui che mi avrebbe fatto realmente capire cosa è e da dove derivi la distonia focale del musicista.

A Madrid restai una settimana e feci tutti i pomeriggi sedute con Fabra.

In quella settimana la mia vita di musicista è completamente cambiata.

Da quel momento è iniziato il mio recupero, continuato poi nei mesi ed anni successivi a casa, da solo con me stesso, con un profondo lavoro interiore e psicologico.

Francesco migliora (2013)

Come stai adesso?

Oggi posso affermare di essere guarito dalla distonia, di essere uscito dal quel vortice ossessivo psicologico che porta alla ricerca della perfezione tecnica ad ogni costo che ha portato il mio corpo a non riconoscere più certi movimenti.

Cosa hai capito della malattia?

Questa patologia ha completamente cambiato il mio modo di approcciarmi alla chitarra ed alla musica in generale.

Mi ha fatto capire che lo studiare per ore ogni giorno per anni cercando a tutti i costi di raggiungere certe vette è innaturale, è ossessivo, pericoloso e può facilmente far sì che

il nostro corpo si ribelli al troppo a cui lo sottoponiamo.

Oggi mi godo la musica per quello che mi dà, se faccio un errore non me ne curo, oggi adoro i miei limiti perché vuol dire che è il mio corpo che mi parla. E dopo questo lungo iter oggi sono assai più bravo tecnicamente di prima.

Mi sembra che l’aspetto psicologico sia importantissimo… che ruolo ha il pensiero nell’insorgenza e nella guarigione della tua malattia?

La parte psicologica in questa patologia è tutto, almeno per me riferendomi al mio caso specifico. La ricerca ossessiva della perfezione porta, soprattutto nelle persone ansiose, alla ribellione del corpo e quindi a far sì che non riconosca più ciò che prima era facile e semplice, in questo caso i movimenti “fini” che si fanno quando si suona.

Il tutto deriva da un’intenzione, atteggiamento psicologico sbagliato protratto per anni sullo strumento.

La distonia è una specie di lotta che facciamo contro la mano, non capendo che invece il problema è a monte, nella testa.

Allora ci incaponiamo per anni facendo sì che la patologia degeneri del tutto.

La soluzione, semplificando molto, è quindi nel trovare un nuovo atteggiamento psicologico, mentale diverso da quello che si è instaurato in noi in anni e anni. Risolvere e cambiare questo atteggiamento è operazione e lavoro lungo e difficoltoso.

Nel video il pieno recupero di Francesco (2015)

Ora come vivi la musica?

Ora mi godo tutto ciò che mi dà la musica e la chitarra, che sia qualcosa di buono o no.

Che consiglio daresti ad un giovane musicista e ad una persona che soffre di questi sintomi?

Di ascoltare sempre il proprio corpo quando si imbraccia uno strumento e quando si fa musica. Di vivere la musica con gioia sempre.

Di lasciar fuggire ogni ansia, ogni rabbia e sentimento negativo.

Il percorso è difficilissimo, molti desistono, ma la meta è troppo dolce e bella.

Altro consiglio più pratico è di non credere che dalla distonia non se ne esca, io ne sono la prova.

Qual è un brano che potrebbe simbolizzare questa tua avventura?

Direi un bellissimo pezzo di Joe Satriani “ Always with me, always with you”. E’ un brano che studiai anni fa ed è il primo che ho risuonato completamente dopo il recupero dalla distonia.

Sono molto legato a questo pezzo.

N.B.: Questa è un’intervista, personalmente non entro nel merito di indicare quale sia l’eziologia e il trattamento migliore per la distonia focale del musicista. Spero che l’articolo porti a una conoscenza e a un dibattito più ampio, soprattutto per lo sviluppo di buone prassi terapeutiche per chi ne è affetto.

Intervista a cura di: Romeo Lippi 

Tommaso (The Giornalisti): la psicoterapia è accettare se stessi

Ho incontrato Tommaso durante Rock in Cura.
Dopo il live abbiamo fatto una bella chiacchierata. Grazie agli organizzatori dell’evento e a Tommaso che si è aperto molto ed è stato molto diretto e sincero.
Grazie anche a Francesco per le foto.

Malinconia: sintetizzatori, riferimenti e testi vanno in questa direzione. Che rapporto hai con questo sentimento?

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Dario Rossi: come il Bambino comunica con il suono degli oggetti

In Analisi Transazionale, una forma di psicoterapia, il Bambino è uno dei 3 stati dell’Io (insieme al Genitore e all’Adulto) e rappresenta la nostra parte più antica, pulsionale, emotiva e creativa; rappresenta anche quello che rimane dentro di noi della nostra infanzia quando cresciamo.

Stavo con Francesco (il mio social media manager) allo Sziget e abbiamo incontrato Dario Rossi per caso mentre camminavamo; gli abbiamo chiesto subito un’intervista.

Dario Rossi suona gli oggetti in giro per il mondo. Se lo cercate ha milioni di views su Youtube.

https://www.youtube.com/watch?v=8ZC0WHcQFEg

Mi ha dato l’impressione di un bambino che parla, emozionandosi, dei suoi giochi preferiti; al contempo il suo Adulto mi sembra molto consapevole di cosa vuole farci con questi giochi.

Qui allo Sziget siamo in una situazione in cui la spontaneità la fa da padrona. Mi sembra che anche la tua scelta artistica sia profondamente viscerale. Quali sono le motivazioni che ti hanno portato ad abbandonare la figura classica del batterista da band e intraprendere questo nuovo percorso?

Io ho sempre avuto un forte interesse per la musica elettronica e sperimentale piuttosto che per la musica rock/pop. Fare il batterista in una band mi stava un po’ stretto: regole, strutture delle canzoni, gerarchie che non mi piacevano. Spesso un batterista in una band accompagna più che creare. Per esprimermi con la musica avevo bisogno di farlo in maniera mia, libera da certi schemi.

Mi sono detto “trova il tuo modo, trova la tua strada”.

Dario Rossi in versione "inner child"
Dario Rossi in versione “inner child”

C’è stato un momento specifico in cui hai avuto questa intuizione?

In realtà la passione per il suono degli oggetti era qualcosa che mi apparteneva sin da quando ero piccolo: mi piaceva ascoltare i suoni delle cose, anche quelli prodotti dalle macchine, dai frigoriferi, dai ventilatori.
Nel mentre ascoltavo le musicassette dei miei genitori: c’era molta elettronica negli anni ‘80 e ponevo attenzione alle batterie elettroniche e ai sintetizzatori.

Non sapevo che ci fossero macchine per creare questi suoni quindi mi divertivo a riprodurli utilizzando oggetti di uso comune; a 6/7 anni già avevo una batteria composta di oggetti.

Era un mio modo di comunicare, tipico della mia infanzia.

Ma a Londra, 4 anni fa, è partito il mio esperimento di suonare in strada.

Ero lì per lavorare e migliorare il mio inglese; vedevo intanto parecchi artisti che suonavano in strada; ma non avevo uno spazio dove farlo;

mi sono detto:

“adesso il mio spazio me lo creo”.

Così l’ultimo giorno della mia permanenza prima di tornare in Italia, ho fatto una borsa di oggetti e ho suonato. Poi sono tornato in Italia.

Ho continuato a migliorare il mio set, per trovare il suono che cercavo, ma lo facevo per gioco, non ci credevo troppo.

Suonavo ogni tanto in qualche festa di paese.

Sono andato a Berlino. Ho suonato anche lì. Un ragazzo mi ha ripreso e mi ha messo su Youtube. 1 milione di views in 1/2 settimane.

La mia pagina Facebook ha cominciato a ricevere mi piace, messaggi e complimenti a profusione. Da tutto il mondo.

Io non mi sentivo pronto: trasformare un mio linguaggio infantile in qualcosa che mi potesse dare lavoro non era nei miei piani.

Ora ci sto puntando e mi sembra che rappresenti l’integrazione tra la mia infanzia e il mio presente.

Dario Rossi @Sziget
Dario Rossi @Sziget

C’è una forma di ossessione nella tua arte?

C’è un po’ di ossessione, sì; ma ossessione è un termine negativo;

io ho semplicemente preso una parte di me,

perché dentro di noi ci sono diversi parti, e ho scelto di usarla e comunicare con gli altri.

Ci sono momenti di down?

Qualche volta succede. Suonare davanti a tante persone, a tante persone diverse tra loro, ti espone a tanti tipi di energie diverse. Se sei una persona sensibile, percepisci tutte queste energie. Di conseguenza quando suono, posso essere carichissimo o meno.

Inoltre quando viaggi da solo, ci sono dei momenti in cui ti senti un po’ solo.

A volte le persone che ti passano davanti lo fanno solo per un attimo, storie che ti passano veloci davanti e non hai tempo per capire.

Il mio lavoro è fatto di un passaggio spesso molto veloce tra la grande condivisione e la solitudine.

Tuttavia sento di poter sostenere tutto questo perché vengo da un passato in cui sono stato isolato dagli altri: sono abituato.

Social network: come li utilizzi e cosa consigli?

Facebook va usato in maniera intelligente. È gratis e se fai un lavoro artistico è utile per promuoverti. Tuttavia è importante non farsi risucchiare.

Non cadere nel tranello “ho seguito, ho la foto con 1000 like, sono bello”.

Il successo non è la chiave della felicità; la felicità è fare quello che ti piace e poterci vivere.

Non dipende dall’approvazione degli altri. Il social potrebbe darti l’illusione che il tuo “prodotto” funzioni e dopo vai avanti solo per cercare approvazione.

Ci racconti qualche momento di contatto emotivo forte con i tuoi spettatori?

La differenza tra suonare in un locale e in strada sta nelle persone: mentre nel locale c’è una selezione, in strada questo non c’è. Nel locale c’è qualcuno/qualcosa che seleziona le persone,

in strada sono le persone che selezionano te.

Mi capita di vedere persone molto diverse che ballano: a Barcellona un signore anziano ballava con il suo bastone.

La strada rende veramente fruibile la musica a chiunque la voglia ascoltare. Una volta una ragazza mi è venuta a stringere la mano in lacrime e mi ha detto: “per favore continua a fare quello che fai”.

Sulla strada, a differenza del locale, il contatto è estremo.

Applausi, abbracci, la gente si emoziona, vuole fare le foto. Estremamente bello.

Le tue creazioni come nascono: è un aspetto cognitivo o viscerale/emotivo?

Seguo delle logiche della musica tecno: dinamiche che salgono e scendono. Poi ci improvviso dentro. Seguo un’onda. Direi che ho una linea guida ma poi quando parto, entro dentro la musica e improvviso. Faccio parte di quella dimensione sonora e seguo il flusso.

Ed è bellissimo quando mi rendo conto che la gente entra a far parte di questa dimensione.

Dario Rossi durante l'intervista con lo psicologo del rock (io) @Sziget
Dario Rossi durante l’intervista con lo psicologo del rock (io) @Sziget

Cosa ti aspetti dal futuro?

Sto lavorando per farmi delle basi, per poter continuare a fare questo. Ma non è detto che la forma rimarrà per forza questa.

Mi piacerebbe creare un’etichetta; fare musica integrando le sonorità che ho io. Unire le sonorità fredde con quelle calde.

I suoni nella musica elettronica sono standard. Vorrei dare una svolta a modo mio.

Magari altre persone la pensano come me.

Fare una tecno più sciamanica, più tribale, più concreta.

Intervista a cura del Dr. Romeo Lippi
Foto di: Francesco Maria Insogna

 

 

 

 

 

Godano dei Marlene Kuntz: emozioni e amore incondizionato

Ho incontrato Cristiano Godano, frontman e autore dei testi dei Marlene Kuntz,  prima del live che la band ha fatto alla Festa della Birra a Fabrica di Roma (VT).

All’inizio mi è sembrato un po’ distante, poi sono andato via con l’impressione di una persona molto sincera, discreta e consapevole; intorno ad un tavolino da bar di paese, abbiamo fatto una piacevole chiacchierata.

Grazie a Massimiliano per la possibilità e a Francesco per avermi supportato.

 20 anni di carriera: i bisogni intimi che ti portano a scrivere sono cambiati? E come?

Nella prima parte della mia carriera credo di aver saputo sfruttare ogni freccia per il mio arco: ogni freccia era un elemento nuovo, un’occasione di narrazione, un oggetto da cui ero attratto per far nascere un testo;
poi a un certo punto le frecce sono state tutte usate, e, come accade quasi a chiunque, ho cominciato a rimescolare le combinazioni possibili del loro utilizzo.

Nella prima parte della mia carriera c’è tutta materia nuova da prendere e plasmare; nella  seconda,  questa materia è conosciuta e la si plasma nuovamente in qualcosa di diverso.

Le emozioni che provi nel contatto con il pubblico sono cambiate in questi anni?

Ho avuto la fortuna di fare questo mestiere; ho avuto tempo per riflettere: le emozioni hanno subito dei cambiamenti, o meglio si sono affinate, perché in 20 anni di carriera c’è una vita in mezzo. Non potrebbe essere altrimenti. C’è una maggiore comprensione delle emozioni stesse, ora le so decifrare meglio.

 Quando si è giovani si divide tutto in buono e cattivo,

giusto/sbagliato, crescendo si imparano a vedere le milioni di sfumature.

Cicli di vita: anche il pubblico è cambiato?

C’è chi ci ha abbandonato definitivamente, chi ci ha scoperto solo ora, chi ha cercato di capire i nostri cambiamenti, c’è chi ci ha seguito sempre.
Come dicevo prima, noi non siamo cambiati ci siamo affinati, abbiamo più consapevolezze.
Il Cristiano Godano di oggi è quello di 20 anni fa ma con qualche esperienza in più; non ho mai rinnegato me stesso, non voglio allontanare qualcosa del mio passato.
Dopo 20 anni interpreti un po’ meglio il mondo.

A differenza di una star del pop che quasi mai dura più di qualche anno, un gruppo come il nostro ha la fortuna di andare avanti; in questo percorso ogni gruppo ha dei fan che ti rinnegano, si sentono traditi, non so perché…non riesco a spiegarmelo, forse perché a me non è mai capitato.

Ti spiego: i miei beniamini io li amo ancora, di un amore incondizionato e genuino;

spero per loro il meglio possibile. Nick Cave, Sonic Youth…ogni disco che usciva speravo che fossero sempre più famosi e amati; questi artisti possono avere avuto alti e bassi ma questo li rende affascinanti,

gli alti e i bassi sono IL bello di una carriera artistica;

tuttavia I miei beniamini non hanno fatto mai una cagata (ride).

Sulle persone che amo non sento di volere un’esclusiva, forse i fan che si sentono traditi provano questo sentimento, come se non volessero che il gruppo si allarghi troppo…mi sembra una stronzata.

Il rapporto con i tuoi beniamini sembra un atto d’amore…

Forse ho avuto l’intuito di scegliere qualcuno che non mi ha deluso, ma sì è amore.

Ti ricordi il momento preciso, l’insight, in cui hai scelto emotivamente di fare l’artista?

Non c’è stato un momento preciso ma ricordo delle situazioni che hanno favorito questa scelta.

Quando ero adolescente mia madre e le persone che le stavano vicino ascoltavano Neil Young, i Jefferson Airplanes, e ricordo molto bene che quando andavano a casa di mia nonna materna io mi fiondavo dai miei cugini e mi chiudevo nel reparto dischi e ogni volta era un trip.

Un altro momento topico: ricordo che mia madre, una persona con un guizzo certamente artistico che ha però fatto la casalinga,

mi comprava i 45 giri dei Beatles.

A Fossano, in provincia di Cuneo, in quegli anni, non era una cosa così scontata.

Ora ti propongo una domanda che un tuo fan mi ha chiesto di farti:

<<Ho sempre pensato che i testi dei Marlene rappresentino delle vere e proprie istantanee in cui il tempo rimane congelato, sospeso, un non luogo in cui due corpi o sono fusi o rimangono separati per sempre. Mi piacerebbe sapere se dietro i loro testi ci sia in qualche modo il desiderio di esorcizzare la paura del vuoto, lenire una certa ansia da separazione.>>

Di sicuro aderisco totalmente alla prima parte:

in tantissimi dei miei testi cerco di congelare l’attimo,

di fare un’istantanea come in fotografia. La visione di questa fotografia distanza di anni ti accende, ti scatena dentro qualcosa. Io voglio congelare il momento in cui si scatena questo movimento emotivo.

Mi piace che il testo condensi qualcosa pronta ad esplodere tra me il mio lettore.

L’opera d’arte si conclude nel momento della sua fruizione: io appongo il mio sigillo quando chiudo il testo ma la vera chiusura avviene quando ognuno del mio pubblico apporta a quello che ho scritto la sua esperienza.

Per il resto….non lo so…Forse in alcuni testi l’aspetto sentimentale/amoroso prende delle pieghe drammatiche quasi abbandoniche, canzoni che parlano di assenza.

Non è così preciso il riferimento alle tematiche che descrive chi ha fatto la domanda; mi sento fortunato ad avere così tante persone che decidono di rispondere e interpretare le suggestioni dei miei testi. È bello che abbia voluto condividere questa sua riflessione con me e che lui la veda così, mi va benissimo.

Intervista di Romeo Lippi

Cristiano Godano dei Marlene Kuntz e io, Romeo Lippi, psicologo del rock.
Cristiano Godano dei Marlene Kuntz e io, Romeo Lippi, psicologo del rock.