Capra dei Gazebo Penguins si racconta davanti allo psicologo

I Gazebo Penguins sono un gruppo indipendente di Correggio, ho incontrato il cantante e principale autore dei testi per fargli qualche domanda a sfondo psico…un grazie a MVM Concerti e Alessio Vitali di Live Your Hands che hanno permesso questo incontro prima del concerto della band presso il Glitter di Viterbo.

In diversi brani parli di relazioni… vorrei sapere come i sentimenti verso gli altri influenzano quello che scrivi?

Nei testi di Raudo (l’ultimo album) c’è una parte di autobiografia e una parte di fantasia, sono mischiate, uno stesso ricordo potrebbe cominciare dal vero e finire nell’inventato, o viceversa: per me è bello anche inventarsi una storia, qualcosa che potrebbe succedere, che potrebbe riguardare qualcun altro anche se non ha riguardato direttamente me. Certo che si parla di relazioni, soprattutto del mio vissuto: quando ho scritto l’ultimo album era il periodo in cui avevo terminato il mio vecchio lavoro e stavo pensando di dedicarmi completamente alla musica, stavo molto a casa. La relazione con questo luogo ha fatto sì che, probabilmente non a livello conscio, Raudo diventasse un disco con tantissimi tratti di   “domesticità”: la casa che perdi, la casa che troverai, il trasloco, i mobili, la quotidianità.

Non c’era un fuori: ero concentrato a scrivere ed ho scritto di quello che stavo vivendo in quel momento.

Come vivi la tua posizione di musicista? Riesci a vivere di musica? Questo come ti fa sentire?

Da quando è uscito l’ultimo disco le cose sono cambiate. Prima lavoravo in una compagnia teatrale, poi, a causa della crisi economica dove gli enti pubblici hanno tagliato i fondi, trarne da che vivere è diventato più difficile. Era il momento giusto per fare un disco e cercare di suonare tanto live.

Non campiamo con la vendita dei dischi, ma perché stiamo sempre in tour, questa di stasera dovrebbe essere la data 124 in 15 mesi. Quando suoni tutte le settimane puoi pensare di viverci. Poi sono uno che si accontenta: vivo in montagna, autoproduco molto,  ho un furgone per le band, sto trovando date ad altri gruppi; il mio obiettivo non è guadagnare un sacco di soldi, perché quello che sto facendo era quello che sognavo di fare quando avevo 20 anni e che si è realizzato con 12 anni di ritardo… ma quando un sogno si realizza, non dici sono troppo vecchio.

Quali sono le tue aspettative dalla vita da musicista?

Adesso, dopo questo lunghissimo tour, vogliamo cambiare musica. Siamo arrivati ad un punto in cui quando la serata è più difficile e il pubblico interagisce di meno arriviamo alla fine del concerto più stanchi. Quando la gente ti manda un feedback importante, anche quando suoni la stessa canzone per la 200esima volta, non c’è problema. Nonostante dobbiamo fare ancora dei concerti bellissimi, la voglia è quella di cambiare musica, di cambiare suono. Anche nei testi, cantare qualcosa di diverso, meno collettivo forse, boh.

Cosa ti deprime della vita da musicista?

Fai una cosa che sognavi a 20 anni e, in alcuni momenti, ti arriva a stancare.

Oppure ritrovarti a doverlo fare perché è il tuo lavoro, e magari quella sera del concerto vorresti stare a casa. Sono poche le volte che senti questa sensazione, ma quando la provi, poi te la ricordi al pari delle serate bellissime in cui era tutto pieno e c’è stato un bordello incredibile.

Quali bisogni personali esprimi con la tua musica?

La sensazione principale se mi guardo suonare è il godimento. È un’attività con un altissimo tasso di felicità per me. Semplicemente suonare, far uscire suoni che possono diventare musica da delle casse, musica che può diventare una canzone, canzone che può diventare il tassello di un disco.

E poi, fondamentalmente, a me piace raccontare. Scrivere testi è la cosa più difficile di un disco, è la cosa che mi prende più tempo, quindi diventa una sfida che mi stimola; a volte mi viene questa voglia di narrare, magari di qualcosa che non è stato mai trattato in altre canzoni, come ad esempio un trasloco. Lo stimolo dell’inedito.

Perché i vostri fan seguono i Gazebo Penguins, che emozione pensi di dare a loro?

Penso che la musica sia l’aspetto principale, un certo tipo di suono, di energia, poi può pure capitare che in certe parole si sentano descritti. Ad esempio la canzone “Riposa in piedi” che parla della perdita di mio fratello (morto in un incidente) ha suscitato molta empatia in tante persone, anche se magari non hanno passato la stessa esperienza, ci si ritrovano.

Nella canzone “difetto”, una persona ti dice “cresci un po’”: in cosa sei ancora adolescente? In cosa ti senti adulto?

Adolescente per la voglia di continuare a suonare, su un palco e con un sacco di volume.

Adulto quando torno da una data e vado a prendere mia figlia a scuola, lì mi ritrovo papà.

Cerco di integrare questi due aspetti: musica e famiglia, senza che diventino due mondi separati.

Narcisismo sul palco: siete in due a cantare…come gestite la leadership? C’è democrazia o gerarchia? 

Abbiamo tutti dei ruoli diversi: io seguo l’aspetto verbale, il bassista il suono; il batterista si occupa di organizzazione e web.

 Cosa vuoi per la tua band nel futuro? C’è qualcosa che gli manca? Come pensi di raggiungere questi obiettivi?

Sicuramente novità rispetto a quello che abbiamo fatto finora. Cambiare. Per noi l’importante è fare canzoni che durino il più possibile, siamo una band che vuole suonare tanto e che fa musica per stare in tour, vogliamo produrre tracce che abbiano il loro spazio di novità anche una volta finite di registrare, così quando le porterai in concerto  avranno ancora la possibilità di evolversi.

“Ogni scelta è perdita”: nella vostra carriera di musicisti avete fatto delle scelte…cosa avete perso? cosa avete acquisito/trovato?

Abbiamo perso la lingua inglese, le prime cose che facevano erano in inglese: allora ci potevano concentrare prepotentemente sul suono e sulla melodia; cantando in italiano devi trovare un equilibrio con altri aspetti, come dicevamo prima, comporre testi in italiano è veramente una sfida.

Abbiamo acquisito, cantando nella nostra lingua, una maggiore comprensione da parte del pubblico, una capacità di abbraccio più grande, le persone che ascoltano ci si ritrovano.

Tra le cose che abbiamo mantenuto, sicuramente le radici nei posti che ci hanno visto partire, per ogni disco nuovo il primo concerto lo facciamo al nostro paese con e per i nostri amici, quelli che, anche quando erano in 10 davanti a un palco, pensavano che con la musica avessimo qualcosa da dire.

La rabbia: nelle canzoni mi sembrate abbastanza incazzati: con chi siete incazzati? 

In realtà ci piace suonare incazzati perché se suoniamo più lenti ci annoiamo, ci viene più naturale fare tracce tirate…almeno fino adesso, magari nei nuovi pezzi ci saranno solo i violini…

 Dr. Romeo Lippi 

Perché ci facciamo i tatuaggi? Significati psicologici e antropologici

Il tattoo svolge diverse funzioni: è una carta d’identità dell’individuo, segnala l’appartenenza ad una tribù  o ad un gruppo, ma è anche un simbolo di un rito di passaggio  (ad esempio, all’età adulta).

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Cosa dice la scienza

Secondo l’ipotesi della “human canvas”,  il tatuaggio rappresenta un’estensione del proprio fenotipo che intende segnalare significati simbolici, che sono marker d’identità individuale o identificazione con un gruppo; proprio l’identificazione con un gruppo specifico, insieme alla dimostrazione di forza nel vincere il dolore e lo stigma sociale, erano le principali motivazioni dei tatuaggi fatti prima della post-contemporaneità.

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Secondo L’ipotesi “upping the ante”, a causa di fattori tipici della modernità, come l’aumento di popolazione e il miglioramento del sistema sanitario, le persone sviluppano la loro identità attraverso gli ornamenti: ci facciamo i tatuaggi per apparire unici, attraenti e per ottenere uno status superiore rispetto ad un gruppo.

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Cosa dicono i tatuati

Recentemente è stato chiesto ad un campione statisticamente significativo il motivo per cui hanno messo inchiostro sulla propria pelle; le risposte sono state classificate in queste categorie:

  1. – Essere speciali e UNICI
  2. – Enfatizzare la propria identità
  3. – Avere una NUOVA esperienza, superare un limite
  4. – Come simbolo di protesta o ribellione verso qualcosa
  5. – Appartenenza ad un gruppo
  6. Ricordare una fase di vita (un evento, una persona)
  7. – Motivi sessuali (tra cui feticismo, sadomaso, esibizionismo)
  8. – Motivi religiosi o spirituali

N.B.: le immagini sono foto di opere del Maestro Lippo, che mi ha gentilmente concesso l’opportunità di usarle!

Dr. Romeo Lippi

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Franco Califano: il re di Roma che non dobbiamo dimenticare

Il Califfo trascurava ormai da mesi una tosse fastidiosa.

Recatosi finalmente dal medico, la diagnosi fu implacabile: cordite cronica; praticamente una delle due corde vocali si era talmente irrigidita e la vibrazione non sarebbe più stata quella di prima dell’infiammazione.

La voce di Califano non sarebbe più tornata quella che lui conosceva: era diventata più rauca e profonda.

Da quel momento, la sorpresa: quel tono così basso divenne il tratto DISTINTIVO del Califfo.

Come afferma il compianto Franco nel suo libro “Senza Manette”

Mi sono sempre considerato uno sfortunato vincente: devo tutto alla cordite cronica.

Cosa ci insegna questa vicenda?

Che i vincenti, coloro che non si fanno buttare giù dalla sfortuna e non cadono nel PESSIMISMO totale, riescono a TRASFORMARE qualcosa che è un difetto, un handicap in un TRATTO DISTINTIVO.

Nella CRISI intravedere sempre l’opportunità.

Psicologia e Kasabian: Amori tormentati in “Goodbye Kiss”

Condannati sin dal principio 
Ci siamo incontrati con un bacio di addio, 
mi sono rotto il polso 
Era tutto iniziato, non avevo scelta 
Hai detto che non ti importava, 
perché l’’amore è difficile da trovare 

Così inizia questo capolavoro di Sergio Pizzorno, chitarrista e principale autore dei Kasabian.

Un testo che parla di un amore tormentato, profonda passione ma fine predeterminata…perché molte storie sono così?

Si tratta della collusione.

Noi ci daremo emozioni forti

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Come un timido può diventare un sex symbol: la storia di Alex

Alex Turner, cantante e autore del gruppo inglese Arctic Monkeys, era TALMENTE TIMIDO, agli albori della band,  da lasciar cantare un altro.

La rivista Blender lo ha descritto come

“il membro meno loquace del gruppo, esita così tanto nel rispondere che finisce per avere dubbi sulle sue stesse parole”. 

Nel video seguente potete sentire la sua voce TREMARE mentre presenta il pezzo:

Col tempo sembra essere diventato più estroverso; Jamie Cook, il chitarrista della band, ha recentemente dichiarato

Alcune persone sono rimaste spiazzate dal cambiamento di Alex,  ma io penso che sia molto meglio il modo in cui si comporta adesso

Qui possiamo vederlo che sprigiona sicurezza, fascino e PURA SENSUALITA’:

Da parte sua Turner ha ribadito di non amare stare al centro dell’attenzione. 

Sarà il successo o è un maschera?

Le nostre esperienze di vita modificano quello che siamo, la nostra personalità.
Sicuramente esibirsi ogni sera davanti a MIGLIAIA di persone che cantano a squarciagola le tue canzoni e essere INSEGUITO da BELLE ragazze, non avrà lasciato indifferente l’autostima del Turner.

Non credo che Turner sia un finto, mi sembra autentico sul palco; allora com’è possibile tutto questo?
Rimanere timidi e al contempo sicuri?

POSSIBILE! Possiamo infatti sviluppare una grossa sicurezza in noi su un campo specifico (si chiama AUTOEFFICACIA) e rimanere comunque delle persone tendenzialmente insicure su altro.

I successi personali sono i principali ALLEATI del senso di efficacia (ci lavoro molto su questo aspetto con i miei clienti a studio).

Essere veramente fichi sul palco e, contemporaneamente, avere paura di scartare i regali davanti agli altri (Come ha dichiarato lo stesso Turner).

QUINDI, SE SIETE DEI TIMIDONI COMPLESSATI: Perché non può succedere la stessa cosa a VOI? Pensateci! 😉

Dr. Romeo Lippi

 

Se sei un professionista che supporta le vittime degli abusi, raccontagli la storia degli Who

Genitori distanti e il senso di abbandono di un bambino che soffre la mancanza e l’abuso subito. Queste sono le origini dell’ispirazione di un brano degli Who, “a quick one, while he’s away”, traducibile come una “sveltina mentre lui è via“.

Ma sotto l’apparente cornice della facile avventura sessuale si cela ben altro:

il tuo pianto è un suono che ben conosco

è il pianto dell’autore, Pete Townshend,  che mette in seconda persona quello che è suo. Nella fantasia, l’artista cerca però una via di uscita, il coro canta:

gli daremo ali di aquila per poter volar via

La violenza

Purtroppo arriva l’aggressore sessuale, il macchinista di treno Ivor, che dice “perché non provi ad essere carina con questo vecchio macchinista?”. L’autore di trasfigura in una bambina, pure essendo un maschio: effetto della vittimizzazione? Alla fine però arriva il salvataggio:

non posso credere ai miei occhi, sono di nuovo tra le tue braccia, lontano dal dolore

Allude al ritorno della madre (avvenuto nella realtà), che, dopo averlo lasciato nelle grinfie della nonna abusante, torna a prenderlo.

Pete da bambino
Pete da bambino

Il potere delle parole

Il bambino/autore, nella sua innocenza, con ENORME coraggio, svela il segreto: “Ho baciato, una volta mi sono addormentata sul grembo del macchinista Ivor, e poi con lui ho fatto un pisolino“. Il coro finale, dopo questa confessione,  GRIDA:

sei perdonato, sei perdonato!

(paradossalmente SPESSO i bambini abusati si sentono in colpa o in vergogna per quello che hanno subito e hanno bisogno di essere compresi e accettati). L’autore, Pete Townshend, dice nella sua biografia:

Quando cantavo questa parte dal vivo, spesso perdevo il controllo, picchiavo sulla chitarra fino a non farcela più, offrendo freneticamente il perdono a mia madre e al suo amante, a mia nonna e ai suoi amanti e SOPRATTUTTO A ME STESSO

Se vi interessa, vi consiglio di leggere il libro “Who I am” biografia di Townshend, da cui l’articolo prende materiale e spunto! Dr. Romeo Lippi