Dario Rossi: come il Bambino comunica con il suono degli oggetti

In Analisi Transazionale, una forma di psicoterapia, il Bambino è uno dei 3 stati dell’Io (insieme al Genitore e all’Adulto) e rappresenta la nostra parte più antica, pulsionale, emotiva e creativa; rappresenta anche quello che rimane dentro di noi della nostra infanzia quando cresciamo.

Stavo con Francesco (il mio social media manager) allo Sziget e abbiamo incontrato Dario Rossi per caso mentre camminavamo; gli abbiamo chiesto subito un’intervista.

Dario Rossi suona gli oggetti in giro per il mondo. Se lo cercate ha milioni di views su Youtube.

https://www.youtube.com/watch?v=8ZC0WHcQFEg

Mi ha dato l’impressione di un bambino che parla, emozionandosi, dei suoi giochi preferiti; al contempo il suo Adulto mi sembra molto consapevole di cosa vuole farci con questi giochi.

Qui allo Sziget siamo in una situazione in cui la spontaneità la fa da padrona. Mi sembra che anche la tua scelta artistica sia profondamente viscerale. Quali sono le motivazioni che ti hanno portato ad abbandonare la figura classica del batterista da band e intraprendere questo nuovo percorso?

Io ho sempre avuto un forte interesse per la musica elettronica e sperimentale piuttosto che per la musica rock/pop. Fare il batterista in una band mi stava un po’ stretto: regole, strutture delle canzoni, gerarchie che non mi piacevano. Spesso un batterista in una band accompagna più che creare. Per esprimermi con la musica avevo bisogno di farlo in maniera mia, libera da certi schemi.

Mi sono detto “trova il tuo modo, trova la tua strada”.

Dario Rossi in versione "inner child"
Dario Rossi in versione “inner child”

C’è stato un momento specifico in cui hai avuto questa intuizione?

In realtà la passione per il suono degli oggetti era qualcosa che mi apparteneva sin da quando ero piccolo: mi piaceva ascoltare i suoni delle cose, anche quelli prodotti dalle macchine, dai frigoriferi, dai ventilatori.
Nel mentre ascoltavo le musicassette dei miei genitori: c’era molta elettronica negli anni ‘80 e ponevo attenzione alle batterie elettroniche e ai sintetizzatori.

Non sapevo che ci fossero macchine per creare questi suoni quindi mi divertivo a riprodurli utilizzando oggetti di uso comune; a 6/7 anni già avevo una batteria composta di oggetti.

Era un mio modo di comunicare, tipico della mia infanzia.

Ma a Londra, 4 anni fa, è partito il mio esperimento di suonare in strada.

Ero lì per lavorare e migliorare il mio inglese; vedevo intanto parecchi artisti che suonavano in strada; ma non avevo uno spazio dove farlo;

mi sono detto:

“adesso il mio spazio me lo creo”.

Così l’ultimo giorno della mia permanenza prima di tornare in Italia, ho fatto una borsa di oggetti e ho suonato. Poi sono tornato in Italia.

Ho continuato a migliorare il mio set, per trovare il suono che cercavo, ma lo facevo per gioco, non ci credevo troppo.

Suonavo ogni tanto in qualche festa di paese.

Sono andato a Berlino. Ho suonato anche lì. Un ragazzo mi ha ripreso e mi ha messo su Youtube. 1 milione di views in 1/2 settimane.

La mia pagina Facebook ha cominciato a ricevere mi piace, messaggi e complimenti a profusione. Da tutto il mondo.

Io non mi sentivo pronto: trasformare un mio linguaggio infantile in qualcosa che mi potesse dare lavoro non era nei miei piani.

Ora ci sto puntando e mi sembra che rappresenti l’integrazione tra la mia infanzia e il mio presente.

Dario Rossi @Sziget
Dario Rossi @Sziget

C’è una forma di ossessione nella tua arte?

C’è un po’ di ossessione, sì; ma ossessione è un termine negativo;

io ho semplicemente preso una parte di me,

perché dentro di noi ci sono diversi parti, e ho scelto di usarla e comunicare con gli altri.

Ci sono momenti di down?

Qualche volta succede. Suonare davanti a tante persone, a tante persone diverse tra loro, ti espone a tanti tipi di energie diverse. Se sei una persona sensibile, percepisci tutte queste energie. Di conseguenza quando suono, posso essere carichissimo o meno.

Inoltre quando viaggi da solo, ci sono dei momenti in cui ti senti un po’ solo.

A volte le persone che ti passano davanti lo fanno solo per un attimo, storie che ti passano veloci davanti e non hai tempo per capire.

Il mio lavoro è fatto di un passaggio spesso molto veloce tra la grande condivisione e la solitudine.

Tuttavia sento di poter sostenere tutto questo perché vengo da un passato in cui sono stato isolato dagli altri: sono abituato.

Social network: come li utilizzi e cosa consigli?

Facebook va usato in maniera intelligente. È gratis e se fai un lavoro artistico è utile per promuoverti. Tuttavia è importante non farsi risucchiare.

Non cadere nel tranello “ho seguito, ho la foto con 1000 like, sono bello”.

Il successo non è la chiave della felicità; la felicità è fare quello che ti piace e poterci vivere.

Non dipende dall’approvazione degli altri. Il social potrebbe darti l’illusione che il tuo “prodotto” funzioni e dopo vai avanti solo per cercare approvazione.

Ci racconti qualche momento di contatto emotivo forte con i tuoi spettatori?

La differenza tra suonare in un locale e in strada sta nelle persone: mentre nel locale c’è una selezione, in strada questo non c’è. Nel locale c’è qualcuno/qualcosa che seleziona le persone,

in strada sono le persone che selezionano te.

Mi capita di vedere persone molto diverse che ballano: a Barcellona un signore anziano ballava con il suo bastone.

La strada rende veramente fruibile la musica a chiunque la voglia ascoltare. Una volta una ragazza mi è venuta a stringere la mano in lacrime e mi ha detto: “per favore continua a fare quello che fai”.

Sulla strada, a differenza del locale, il contatto è estremo.

Applausi, abbracci, la gente si emoziona, vuole fare le foto. Estremamente bello.

Le tue creazioni come nascono: è un aspetto cognitivo o viscerale/emotivo?

Seguo delle logiche della musica tecno: dinamiche che salgono e scendono. Poi ci improvviso dentro. Seguo un’onda. Direi che ho una linea guida ma poi quando parto, entro dentro la musica e improvviso. Faccio parte di quella dimensione sonora e seguo il flusso.

Ed è bellissimo quando mi rendo conto che la gente entra a far parte di questa dimensione.

Dario Rossi durante l'intervista con lo psicologo del rock (io) @Sziget
Dario Rossi durante l’intervista con lo psicologo del rock (io) @Sziget

Cosa ti aspetti dal futuro?

Sto lavorando per farmi delle basi, per poter continuare a fare questo. Ma non è detto che la forma rimarrà per forza questa.

Mi piacerebbe creare un’etichetta; fare musica integrando le sonorità che ho io. Unire le sonorità fredde con quelle calde.

I suoni nella musica elettronica sono standard. Vorrei dare una svolta a modo mio.

Magari altre persone la pensano come me.

Fare una tecno più sciamanica, più tribale, più concreta.

Intervista a cura del Dr. Romeo Lippi
Foto di: Francesco Maria Insogna

 

 

 

 

 

Godano dei Marlene Kuntz: emozioni e amore incondizionato

Ho incontrato Cristiano Godano, frontman e autore dei testi dei Marlene Kuntz,  prima del live che la band ha fatto alla Festa della Birra a Fabrica di Roma (VT).

All’inizio mi è sembrato un po’ distante, poi sono andato via con l’impressione di una persona molto sincera, discreta e consapevole; intorno ad un tavolino da bar di paese, abbiamo fatto una piacevole chiacchierata.

Grazie a Massimiliano per la possibilità e a Francesco per avermi supportato.

 20 anni di carriera: i bisogni intimi che ti portano a scrivere sono cambiati? E come?

Nella prima parte della mia carriera credo di aver saputo sfruttare ogni freccia per il mio arco: ogni freccia era un elemento nuovo, un’occasione di narrazione, un oggetto da cui ero attratto per far nascere un testo;
poi a un certo punto le frecce sono state tutte usate, e, come accade quasi a chiunque, ho cominciato a rimescolare le combinazioni possibili del loro utilizzo.

Nella prima parte della mia carriera c’è tutta materia nuova da prendere e plasmare; nella  seconda,  questa materia è conosciuta e la si plasma nuovamente in qualcosa di diverso.

Hai visto la mia intervista ai 3 Allegri Ragazzi Morti? Eccotela: 

Le emozioni che provi nel contatto con il pubblico sono cambiate in questi anni?

Ho avuto la fortuna di fare questo mestiere; ho avuto tempo per riflettere: le emozioni hanno subito dei cambiamenti, o meglio si sono affinate, perché in 20 anni di carriera c’è una vita in mezzo. Non potrebbe essere altrimenti. C’è una maggiore comprensione delle emozioni stesse, ora le so decifrare meglio.

 Quando si è giovani si divide tutto in buono e cattivo,

giusto/sbagliato, crescendo si imparano a vedere le milioni di sfumature.

Cicli di vita: anche il pubblico è cambiato?

C’è chi ci ha abbandonato definitivamente, chi ci ha scoperto solo ora, chi ha cercato di capire i nostri cambiamenti, c’è chi ci ha seguito sempre.
Come dicevo prima, noi non siamo cambiati ci siamo affinati, abbiamo più consapevolezze.
Il Cristiano Godano di oggi è quello di 20 anni fa ma con qualche esperienza in più; non ho mai rinnegato me stesso, non voglio allontanare qualcosa del mio passato.
Dopo 20 anni interpreti un po’ meglio il mondo.

A differenza di una star del pop che quasi mai dura più di qualche anno, un gruppo come il nostro ha la fortuna di andare avanti; in questo percorso ogni gruppo ha dei fan che ti rinnegano, si sentono traditi, non so perché…non riesco a spiegarmelo, forse perché a me non è mai capitato.

Ti spiego: i miei beniamini io li amo ancora, di un amore incondizionato e genuino;

spero per loro il meglio possibile. Nick Cave, Sonic Youth…ogni disco che usciva speravo che fossero sempre più famosi e amati; questi artisti possono avere avuto alti e bassi ma questo li rende affascinanti,

gli alti e i bassi sono IL bello di una carriera artistica;

tuttavia I miei beniamini non hanno fatto mai una cagata (ride).

Sulle persone che amo non sento di volere un’esclusiva, forse i fan che si sentono traditi provano questo sentimento, come se non volessero che il gruppo si allarghi troppo…mi sembra una stronzata.

Il rapporto con i tuoi beniamini sembra un atto d’amore…

Forse ho avuto l’intuito di scegliere qualcuno che non mi ha deluso, ma sì è amore.

Ti ricordi il momento preciso, l’insight, in cui hai scelto emotivamente di fare l’artista?

Non c’è stato un momento preciso ma ricordo delle situazioni che hanno favorito questa scelta.

Quando ero adolescente mia madre e le persone che le stavano vicino ascoltavano Neil Young, i Jefferson Airplanes, e ricordo molto bene che quando andavano a casa di mia nonna materna io mi fiondavo dai miei cugini e mi chiudevo nel reparto dischi e ogni volta era un trip.

Un altro momento topico: ricordo che mia madre, una persona con un guizzo certamente artistico che ha però fatto la casalinga,

mi comprava i 45 giri dei Beatles.

A Fossano, in provincia di Cuneo, in quegli anni, non era una cosa così scontata.

Ora ti propongo una domanda che un tuo fan mi ha chiesto di farti:

<<Ho sempre pensato che i testi dei Marlene rappresentino delle vere e proprie istantanee in cui il tempo rimane congelato, sospeso, un non luogo in cui due corpi o sono fusi o rimangono separati per sempre. Mi piacerebbe sapere se dietro i loro testi ci sia in qualche modo il desiderio di esorcizzare la paura del vuoto, lenire una certa ansia da separazione.>>

Di sicuro aderisco totalmente alla prima parte:

in tantissimi dei miei testi cerco di congelare l’attimo,

di fare un’istantanea come in fotografia. La visione di questa fotografia distanza di anni ti accende, ti scatena dentro qualcosa. Io voglio congelare il momento in cui si scatena questo movimento emotivo.

Mi piace che il testo condensi qualcosa pronta ad esplodere tra me il mio lettore.

L’opera d’arte si conclude nel momento della sua fruizione: io appongo il mio sigillo quando chiudo il testo ma la vera chiusura avviene quando ognuno del mio pubblico apporta a quello che ho scritto la sua esperienza.

Per il resto….non lo so…Forse in alcuni testi l’aspetto sentimentale/amoroso prende delle pieghe drammatiche quasi abbandoniche, canzoni che parlano di assenza.

Non è così preciso il riferimento alle tematiche che descrive chi ha fatto la domanda; mi sento fortunato ad avere così tante persone che decidono di rispondere e interpretare le suggestioni dei miei testi. È bello che abbia voluto condividere questa sua riflessione con me e che lui la veda così, mi va benissimo.

Sei un professionista della psicologia o della psicoterapia? Oppure uno studente di psicologia?
Apprendi con il mio videocorso come usare le canzoni nel tuo lavoro:

Songtherapy per professionisti

 

 

 

Cristiano Godano dei Marlene Kuntz e io, Romeo Lippi, psicologo del rock.

Lo Stato Sociale: Vogliamo che il pubblico entri dentro di noi

Abbiamo incontrato Bebo e Albe de Lo Stato Sociale  subito dopo il loro live sul British Knights Europe Stage durante lo Sziget Festival 2015 di Budapest. Nonostante il gruppo fosse in trasferta una folla numerosa di italiani e non ha saltato e cantato i lori pezzi, divertendosi (e di divertimento si parlerà come elemento comune dell’approccio del gruppo).
Ringraziamo tutto lo Sziget Italia per averci permesso di essere lì.
Grazie a Nick e Francesco per le foto.

Ecco le mie domande e le loro risposte.

Stato sociale: anche dal nome sembra che diate una lettura contestuale dei fenomeni che accadono nella nostra società. Anche nei testi delle canzoni ho notato questo. Qual è invece il vostro punto di vista sul mondo interno? Che ne pensate della psicoterapia? Fareste mai un percorso?

Bebo: Ho fatto due anni di psicologia ma poi non mi sono laureato.

Albe: Io ho fatto sociologia.

Bebo: Ho sempre avuto una visione leggermente critica della psicoterapia. Negli Stati Uniti c’è un eccesso, qualsiasi segno fuori dal binario diventa malattia, lo psicologo diventa il tuo pediatra, ognuno ha il suo psicologo personale.

In Europa il fenomeno è più blando, ci sono delle diffidenze di base per cui andare dallo psicologo è una cosa da matti e il rischio di non essere accettato socialmente rende difficile parlare di disagi psichici anche con le persone più vicine.

Poi ognuno vive la cosa a modo suo. Io avevo valutato di andare dallo psicologo quando ancora studiavo (se vuoi fare lo psicologo ti devi prima far analizzare necessariamente) ma ora come ora non ne sento il bisogno e penso che per molte persone non sia necessario; credo invece fortemente nel miglioramento personale attraverso l’educazione: c’è la possibilità di crescere sani e felici se ci sono condizioni ambientali favorevoli.

Da sinistra: Albe e Bebo degli Stato Sociale, Romeo Lippi dello Psicologo del Rock
Da sinistra: Albe e Bebo degli Stato Sociale, Romeo Lippi dello Psicologo del Rock

In Italia è tutto molto difficile: abbiamo un modello familiare obsoleto, spesso la famiglia è molto presente e pesante, devo fare quello che dicono i miei genitori, non riesco a sganciarmi; anche perché le condizioni socioeconomiche non aiutano e lo stesso stato sociale è familiaristico e le istituzioni sono assenti.

Io mi ritengo molto fortunato poi ovviamente se ti spacchi un gomito vai dal medico, se non ci stai dentro con la testa vai dallo psicologo.

Lo Stato Sociale durante il live sul British Knights Europe Stage @ Sziget 2015
Lo Stato Sociale durante il live sul British Knights Europe Stage @ Sziget 2015

Il vostro percorso di musicisti è anche un percorso di autorealizzazione e di autocura? 

Albe: In parte sì, Lo facciamo per stare bene e per far stare bene.

L’idea che spinge il nostro progetto è questa.
È anche un modo per capirsi: quando scrivi, (sia Bebo che Albe scrivono i testi delle canzoni) penso che lo si faccia per interpretarsi.
Se non metti fuori le tue cose, non puoi dare loro un senso e capire qualcosa di te; lo stai facendo per te e per gli altri. È una forma di comunicazione che dovrebbe/vorrebbe aiutare a stare meglio; poi che ci si riesca è un altro conto.

Bebo: nella nostra generazione è difficile avere una narrazione propria del presente.
La mancanza di narrazione crea una dissonanza cognitiva forte con il mondo attorno e fai fatica a collocarti, ad avere il tuo posto nel mondo.
Siccome siamo animali sociali questo è fortemente degradante per le persone.

Noi abbiamo la fortuna di aver intrapreso un percorso che ci realizza molto perché fa parte di un sogno, un desiderio intimo forte; e al contempo cerchiamo di far stare bene anche gli altri.

Albe: La cultura ci ha dato tanto, ci ha aiutato a comprendere il mondo che ci sta attorno. E perché, cazzo, non farlo anche noi?

Avete preso e ridate…il contatto e le emozioni sono diverse tra un Festival estero come lo Sziget e i concerti che fate in Italia?

 Albe: non siamo abituati a suonare alle tre e mezza del pomeriggio (ridono). Fortunatamente il pubblico italiano che era qua ha risposto molto bene, ci siamo sentiti a casa.

Guardare in faccia i non-italiani (perché erano quelli che non cantavano) è stato bello anche quello. I sorrisi delle persone che non ci conoscono e che si stavano divertendo nonostante non capissero quello che stavamo cantando sono una bella soddisfazione.

Cosa c’è di condiviso, di comune tra voi che state sopra il palco e quelli che sono sotto?

Bebo: Ci deve essere per forza se ci vogliamo divertire tutti insieme.

Albe: La cosa è quella: creare aggregazione. Noi cerchiamo di entrare dentro il pubblico e vogliamo che il pubblico entri dentro di noi. Poi questa me la interpreti… (ride).

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Social network: che consiglio dareste a un giovane artista che si mette su Facebook?

 Albe: di uscire di casa più spesso, di stare meno su Facebook; Poi quando hai effettivamente qualcosa da dire puoi anche usare i social network. Ma non concentrarti solo su quello.

Perché se no ti chiudi. A noi piace portare la gente fuori di casa e usiamo il social come mezzo affinché questo accada.

Prima il nostro mezzo di promozione erano solo i concerti; poi siamo stati bravi a usare Facebook per rimanere in contatto con le persone che avevamo incontrato al live.

Dr. Romeo Lippi

p.s.: per quanto riguarda l’interpretazione della frase “Cerchiamo di entrare dentro il pubblico e vogliamo che il pubblico entri dentro di noi” penso sia un desiderio di fusione totale con i propri fan. Un po’ come la sensazione di un unico noi tipica dell’innamoramento e dell’orgasmo.
Ma questa è un’interpretazione,  non è detto sia la reale pulsione della band.  🙂

Charlie fa surf e Maria scappa dalla psicoterapia (per colpa mia)

Chi è Maria?

Maria ha 15 anni, è una ragazza curiosa, energica e un po’ scapestrata.

Viene “trascinata” nel mio studio di psicoterapia dai suoi genitori per problemi di comportamento: ha distrutto dei banchi a scuola, ha insultato la professoressa e per questo è stata sospesa.

I genitori sono nella classica situazione di “non sapere che pesci prendere”: se la lasciano stare hanno paura che ci sia una deriva, se la affrontano lei reagisce male e poi si chiude e loro, poi, si sentono in colpa.

il mio studio di psicoterapia
il mio studio di psicoterapia

L’incontro con il terapeuta attraverso la musica

Maria entra e si siede, mi guarda di traverso, non voleva venire, lei:

“non è matta”

e vuole “essere lasciata stare”.

Il suo atteggiamento mi ricorda una canzone dei Baustelle che le faccio ascoltare.

Restiamo insieme un po’, parliamo di musica, di discoteche, di ragazzi.

Mi sta simpatica, mi piace lavorare con i ragazzi “difficili”; riesco a essere empatico e ad agganciarla: dice di sì ad una serie di colloqui con me.

L’alleanza

La nostra relazione terapeutica si sviluppa: da una parte parliamo della sua vita, delle sue passioni, dei suoi studi (ama molto l’indirizzo artistico che ha scelto), dall’altra approfondiamo il suo disagio e creiamo degli strumenti per controllare i suoi impulsi: sia quelli violenti che quelli legati alle sostanze.

Nella nostra alleanza abbiamo stabilito che determinate cose non verranno comunicate ai genitori; Maria così si sente libera di parlare con me.

L’errore

Dopo 10 sedute la situazione è distesa, anche a casa si litiga di meno e la scuola procede senza problemi.
Decido di richiedere una seduta familiare: i genitori si stanno separando e Maria, spesso, è in mezzo a questa situazione, sarebbe meglio decidere insieme orari e modalità.

Maria appare molto nervosa, mi dice

“Non voglio parlare di questo argomento, dopo loro mi mettono in mezzo”

La forzo, lei parla e i genitori fanno delle ipotesi su cosa fare; la seduta termina.

La poltrona del paziente
La poltrona del paziente

La fine della terapia

Mi chiama il padre: dopo l’ultima seduta hanno avuto una grossa litigata; Maria si è chiusa nel suo silenzio e non vuole più venire agli incontri. Non vuole neanche parlare con me per telefono.
Passano le settimane e il padre mi informa che Maria non verrà più:
è avvenuto quello che in terapia si chiama drop out (interruzione del percorso da parte del paziente).

Dove ho sbagliato

Le recenti ricerche di psicoterapia (per una sintesi di questi studi approfondire qui) individuano il mio errore: spingere un paziente a parlare di un tema che non ha voglia di affrontare è una mossa rischiosa; stiamo forzando il suo cambiamento.

Maria stava pensando alla situazione genitoriale (fase della contemplazione), io l’ho spinta a fare qualcosa (che è un elemento di una fase di azione).

Come si vede nel grafico, tecniche come la confrontazione vengono poco sopportate dai clienti (il rank indica quanto sono graditi dai pazienti).

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Slide di John Norcross, tratta dal Convegno “Come Personalizzare i Trattamenti” Roma 10 Luglio 2015. Proprietà dell’ASPIC.

A maggior ragione per una persona ad alta reattanza come Maria: cioè una persona che è venuta in terapia con una bassa motivazione e che ha difficoltà a controllare i propri impulsi.

Questa storia mi insegna che…

Non devo seguire i miei tempi, ma quelli del mio paziente. Devo accompagnarlo nel SUO percorso, non in quello che io penso sia giusto. Se potessi chiederei scusa a Maria per questo.

Se hai avuto un’esperienza simile (come psicologo o come paziente) mandaci il tuo punto di vista scrivendo con messaggio privato alla pagina Facebook o commentando qui sotto.

Dr. Romeo Lippi

I 6 tratti di personalità più frequenti di chi va ad un festival

Ho intervistato Carlotta Zuccaro per capire, insieme a lei, i profili psicologici di chi frequenta i Festival.

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Carlotta Zuccaro

Carlotta si occupa di musica a tutto tondo: ha lavorato come ufficio stampa (Heineken Jammin Festival 2012, Sanremo 2012, Wind Music Awards), come booking, segue direttamente alcuni artisti (The Cyborgs), ha lavorato nella produzione di X-Factor, e lavora a vari Festival: Balaton Sound, Sziget e l’Home Festival che si svolgerà a Treviso dal 3 al 6 Settembre 2015.

Sintetizza così il suo lavoro:

Io porto divertimento, cultura e libertà; credo molto nel valore formativo della musica sull’individuo.

I Tratti di Personalità

La nostra personalità ha caratteristiche abbastanza stabili e specifiche: chi più estroverso, chi meno, chi più narcisista, chi più sospettoso.
Si chiamano appunto tratti; ognuno di noi ha dei tratti che emergono più degli altri e ci definiscono; non è assolutamente patologico, è la normalità; solo quando i tratti sono così estremi da creare problemi a sé e agli altri si parla di disturbo; quindi leggete le definizioni che darò come ipotesi di caratteristiche e non di malattie.

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1. Il Fan puntuale

Quello che viene per LA SUA band, che guarda con gli occhi innamorati ai suoi artisti preferiti, che quando incrocia l’organizzatore dice “Grazie” per aver invitato proprio quel musicista. Qui il tratto di personalità ossessivo/preciso forse emerge più di tutti.

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2. Il festival Lover sulle nuvole

Chi gira nel festival e magari neanche si avvicina ad un palco; prende il sole, legge un libro, ascolta un reading, spensierato. Vive l’atmosfera da festival. Si perde, senza farsi male, nell’esperienza. Forse un po’ sulle nuvole (tratto di personalità schizotipico).

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3. Il Sorpreso

Chi si trova a pogare e non l’ha mai fatto, chi a ballare la musica balcanica che pensava di odiare. In lui scatta la partecipazione. Si butta, prova, si stupisce dell’esperienza; è il tratto timoroso che si lascia andare e scopre nuove cose di sé e del mondo.

4. L’Innamorato

Ai festival sbocciano amori come se piovesse; è un mondo a parte, parallelo, dove ti succedono cose che nel quotidiano non avvengono. Così le passioni si accendono veloci, magicamente. Un piccolo delirio positivo di emozioni (vedremo se tornati alla normalità l’amore regge).

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5. L’Estremo

Gente che si traveste da Carnevale, con la pelliccia e ci sono 40 gradi.
Gente che salta, balla e canta alle 4 di mattina, fa le capriole (senza aver assunto droghe).
Gente che va in giro con un cartello “regalo abbracci”.
Forse qui la voglia di stare al centro dell’attenzione emerge più di tutto (tratto istrionico).

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6. Il Bambino Libero

Sotto la pioggia, sotto la tempesta danza e si rotola nel fango e abbraccia tutti e tutti si divertono; Woodstock e pace. Rispetto e non violenza.
Emerge uno specifico stato dell’Io: il Bambino Libero, la parte più autentica del nostro essere, che ci permette di giocare anche se siamo adulti.

Cos’è e cosa non è un festival

Secondo Carlotta,  quando si parla di festival, gli italiani tendenzialmente pensano al Festival di Sanremo, ma quella è una line-up, una rassegna.

In un festival non c’è solo un genere musicale; inoltre ci sono diverse esperienza, non solo musicali: altre forme d’arte, cibo, dormire, semplice poter stare lì e socializzare.

La ringraziamo per la bella intervista e speriamo di vederci/vedervi presto su a Treviso.

Dr. Romeo Lippi

6 canzoni che parlano del rapporto con la mamma

La madre è la nostra origine, non a caso diciamo “Madre Terra”, nasciamo dentro e fuori di lei, è la prima persona che si prende cura di noi e spesso lo fa per tutta la vita, è spesso l’ultima parola che si dice prima di morire.

Il rapporto con la mamma permea tutta la vita e oltre; ogni età, ogni ciclo di vita apporta dei cambiamenti al modo in cui ci interfacciamo con lei.

Durante le sedute esploro spesso il rapporto madre-figlio del mio paziente…perché non usare la musica?

1. La madre assente (John Lennon – Mother)

John Lennon fu affidato alla zia quando era un preadolescente e frequentò la madre occasionalmente, fino alla sua morte che avvenne quando il cantante aveva 17 anni.

Dopo un periodo di psicoterapia, le angosce per la mancanza della figura materna si materializzarono in questa invocazione struggente, prima di abbandonare il dolore e fare la propria vita.

Madre, mi avevi ma io non ti ho mai avuta
Ti volevo ma tu non volevi me,
Quindi devo dirti
Addio, addio

2. La fusione (Beniamino Gigli – Mamma)

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