Tra cani rabbiosi e benessere: Michele Villetti sul lettino.

Eccovi l’intervista a Michele Villetti, musicista di Viterbo che ha ultimamente raggiunto un gran risultato: il suo disco Masileyo è da oltre 10 mesi nella top ten della world music nella classifica mondiale Itunes vicino a nomi come Paco de Lucia, Peter Gabriel e Loreena Mckennith, divenendo un BEST SELLER, nello store  della Apple.

Cominciamo dall’inizio: perché hai scelto di fare il musicista?

Sin da piccolo le orecchie mi hanno salvato da tante situazioni scomode: per non sentire certe cose andavo in camera e mi mettevo le cuffie; la musica mi faceva bene, incredibilmente bene. Ricordo che sentii Show must go one dei Queen a Teatro, durante il saggio scolastico di mia sorella, e percepii una scarica di energia fortissima al cervello: oggi so che quella era una scarica di serotonina, allora non sapevo darle un nome, ma non era paragonabile ad altro. Come se si fosse accesa una lampadina.

 A che punto stai? Com’è la tua vita di musicista?

Sono molto soddisfatto, i successi sono stati davvero molti , ma se dovessi parlare in modo estremamente profondo mi sento incompreso. I paletti mentali delle persone mi pesano. Oltre i “bravo” che mi dicono, oltre il lavoro, vorrei qualcuno che mi accompagnasse verso un altro livello, qualcuno che scommettesse su di me e non mi lasciasse solo a fare tutto quello ruota intorno alla mia musica: produzione, pr, marketing sono aspetti che riesco a gestire da solo con enorme fatica. Questo però  è il problema della maggioranza di chi fa questo mestiere.

Riesci a campare con la musica?

. Anche se le spese a volte sovrastano il guadagno. Anche e soprattutto se vuoi continuare a studiare e perfezionarti. La tranquillità economica non posso programmarla, sono precario, come lo sono ancora tanti altri lavoratori. Faccio l’insegnante di batteria, ho i miei progetti e faccio il turnista…ma è comunque dura.

La musica è un settore emotivo, il mondo è in crisi a livello emotivo, per questo la musica è in crisi.

Cosa ti deprime della vita da musicista?

I cani rabbiosi che sovente si trovano nei circuiti fatti da musicisti. La competizione tra strumentisti non è più ad un livello sano ma mira a distruggere la personalità dell’altro…é una guerra, è un parlarsi alle spalle che va dal livello base ai big.

Se ci fosse una coalizione unita tra i musicisti si potrebbero anche raggiungere le risorse che ci sono e sono disponibili. Ma si preferisce sbranarsi e rimanere divisi. Devo dire però che fortunatamente mi sono sempre levato in tempo da queste realtà vedendone di conseguenza altre, che sono migliori e soprattutto esistono!

Cosa pensi di trasmettere emotivamente al tuo pubblico? e qual è il tuo pubblico?

Io cerco di creare empatia. Indurre lo stato di benessere nell’ascoltatore. Tornare alle origini…. Sono fermamente convinto che la natura sia l’unica vera patria di ogni essere vivente. E’ la mia fonte primaria di ispirazione, difatti spesso faccio proprio concerti nei boschi (il progetto si chiama mereio e si può trovare in questo link

 Quali sono i feedback delle persone?

Molti dei miei ascoltatori mi dicono che, con le mie tracce, si sentono bene, c’è trasmissione di benessere, e solo questo mi importa. Ad esempio una importante  producer che lavora alle Hawaii mi ha detto che sente la mia musica davanti all’oceano; altri che la usano per pregare in Israele (Jerusalem Song). Addirittura il giorno dopo l’uscita del disco, una mia amica ostetrica mi ha mandato una mail dicendomi che aveva fatto nascere con la mia musica un neonato. Non lo dimenticherò mai, solo quest’ultimo aneddoto è bastato a ripagarmi completamente di tutti i sacrifici ed il tempo dedicato a questo album.

http://open.spotify.com/track/2DYg9djwOdIwTqRGYhmjK1

Il brano Memories, a quali tue memorie rimanda?

é un brano che ho scritto per una ragazza, Serena, di cui ero innamorato, è un pezzo che ho composto a 18/20 anni…era la mia musa. Ho finito di scriverlo molto tempo dopo, quando ho visitato la Baia di Indos, in Grecia, in questo posto le onde vanno a morire in un piccolo golfo che sembra una lingua, la sabbia ed il mare che si univano mi hanno fatto pensare ad un bacio, il suo. Serena oggi è la mia compagna.

http://open.spotify.com/track/4GrdFjlVzjfEkTWupZ7bwx

 In Your Eyes: di chi sono i “tuoi occhi”?

Sono i miei. Vivevo un periodo di depressione e avevo gli attacchi di panico. Mi sono dedicato questa canzone, guardandomi allo specchio, per andare nelle mie profondità e per potermi rialzare.

http://open.spotify.com/track/3GDbj70Ae5au0y4kGGZRoP

 La tua emotività: che bisogni compensi attraverso la musica di questo album?

Aggregazione e condivisione. La condivisione  manca tanto in questo mondo spesso freddo e sterile , come ti dicevo, l’ambiente musicale spesso è deficitario di questo aspetto. Credo che iniziare a lasciarsi alle spalle il concetto di”umanità professionale” sia un ottimo modo per ritornare ad essere veramente uomini, nel senso più bello e stupefacente del termine.

 La tua infanzia entra nella tua musica?

Assolutamente sì. Masileyo sono io che corro da bambino, il ridere ed il sentirsi vivi.  Era una parola che avevo inventato per comunicare felicità. La meraviglia che c’era nell’infanzia. Nel prossimo album ci sarà un brano (the Genius) che si apre con la registrazione della voce di Bukowski che recita il Genio nella massa, successivamente canterò  un mio testo tradotto con un linguaggio inventato da una bambina, mia ex allieva di batteria.

 Sei nervoso quando vai a suonare?

Sempre di più. è anche “colpa” delle aspettative…quando diventi grande ti fai delle aspettative e sei teso. Poi comincia la musica, stacco il cervello e mi rilasso. Da qui cerco di proseguire al meglio.

 Aspettative per il futuro?

Masileyo one man band: è un progetto nato da pochissimo. A breve pubblicherò dei video dove spiegherò tutti i dettagli al riguardo…ecco un breve assaggio

Ecco i link di google play e itunes dove potrete acquistare l’intero album a soli 2,99 euro

https://play.google.com/store/music/album/Michele_Villetti_Masileyo_Soundtracks_for_a_Real_L?id=Bc64ayrvlmxehw2qwa2w4k6lgzq

https://itunes.apple.com/it/album/masileyo-soundtracks-for-real/id806454220

www.michelevilletti.it

Dr. Romeo Lippi 

Luca dei Management del Dolore Post-Operatorio va dallo psicologo

Eccovi la “seduta” con Luca Romagnoli, cantante e autore dei Management del Dolore Post-Operatorio, band del panorama indipendente attiva, creativa e in cerca di guai: un’attività live continua e diversi scandali (tra cui le nudità durante il Primo Maggio al Concertone). Io e il mio amico Alessio Vitali  abbiamo intervistato Luca pubblicamente al Magna Magna di Viterbo, cercando di denudare un po’ la sua anima, prima del concerto che i Management hanno tenuto al Glitter Cafè di Viterbo, evento organizzato da Club your Live e Mvm concerti. Ringraziamo Luciano Lattanzi di Tusciamedia.com per il fine lavoro di tessitura del testo.

Mi hanno chiamato per farvi una seduta, è gratis, è nel pacchetto.

Ecco perché ci hanno pagato di meno…

“Vivo al meglio lo schifo che ci resta, mentre proviamo a trasformarlo un pezzo alla volta” ci puoi illuminare su questa frase?

Noi diciamo sempre una marea di puttanate fra cui quella, sentirete tante stupidaggini, ma quella non l’ho detta, inventata dai giornalisti, come che ci droghiamo o facciamo parte della massoneria

Viene detto di voi che siete “poeti provinciali”

è stata un’idea di Davide Toffolo, io non l’avevo detto, ma mi piaceva il contrasto, quello che ti insegnano a scuola sono i 20 poeti peggiori che poi non si fila nessuno; niente si insegna a scuola, io spero nei professori giovani che possano aprirsi ad altro, magari Bukowski.

Nell’ultimo album c’è la provocazione già nella copertina…il clown di Mc Donald fuso con Mao.

Il titolo dell’album McMao sintetizza tutto in un attimo, o in una foto: Mao è l’ultimo comunista che c’è rimasto in Cina; la copertina rappresenta la fine di tutti i sogni, ogni cosa si riduce ad essere pura merce.

Come vivi la tua posizione di musicista (ci riesci a campà?)? Com’è il tuo rapporto con l’essere famoso?

Siamo molto poco famosi, facebook e il web non rispecchiano la realtà, non abbiamo una lira, come la viviamo? Abbiamo dei privilegi (bevi e mangi a scrocco tutte le sere), abbiamo l’orrore del domicilio, ci piace molto stare negli alberghi (quando sono belli), c’è facilità e contatto con le persone, facilitazioni sessuali per loro (indica la band)…io no perché sono ingrassato. Nel weekend sembriamo tutti Jim Morrison, poi io dal lunedì al giovedì sto a casa con le pantofole, con il tè e la camomilla, non esco mai, poi facciamo dei weekend a non finire.

Andiamo sui lati più oscuri, cosa ti deprime della vita da musicista?

Fortunatamente nulla, quello che faccio mi piace, mi piace la tavolata e quando mi offrono tutto, poi accusi il tutto e hai bisogno di medicinali e di cesso… quello che non si vede, quello che Carmelo Bene chiamava “la sospensione del tragico”: Rambo che salva il mondo e invece ha bisogno del bagno, i supereroi non ci vanno mai al bagno, non lo fanno mai vedere al cinema.

 “Pornobisogno” è  in realtà  una canzone romantica, in un mondo di pornografia in cui i maschi giovani si pongono il problema di fare una gang bang o far squirtare una ragazza, come la sessualità gioca nel processo creativo di struttura dei testi, visto che ci torni molto in maniera ironica e grottesca?

Non parlo mai di affetto (stile San Remo). In realtà siamo talmente sfigati sulla strada che quando saliamo sul palco ce la godiamo, veramente un privilegio, come dice Nietzsche, indossiamo la maschera che vorremmo poi indossare tutti i giorni; ma nella vita, poi da sotto il palco non si vede niente della realtà, dei litigi, delle corde rotte.

Parlaci di “Auff”, dove citi Rimbaud, Baudelaire e Bukowski…

L’idea è sempre quella dei poeti provinciali che si oppongono a quelli scolastici e borghesi; ho sempre pensato che a scuola ci insegnano ad adorare i miti che sono irraggiungibili, questa idea che volevamo combattere, quelle erano persone, sicuramente geniali, ma tutti noi abbiamo delle capacità e dobbiamo trovare il modo di esprimerle, i maestri sono fatti per essere mangiati, una volta che hai fatto determinate letture puoi interiorizzarle e superarle. I giovanissimi poi vedono messaggi sbagliati, per essere come Baudelaire che devo fare? Drogarmi, scopare e bere tutti i giorni, questo fanno ma senza scrivere nulla. Bukowski, che bevesse o meno, scriveva 15 ore per notte, anche lui diceva scrivo le storie e ci metto il sesso per venderle. Questo il mito che volevamo distruggere, siamo noi a voler rinnovare il mondo, ci hanno insegnato ad adorare i miti, invece dobbiamo essere noi a fare le cose. Prendiamo il mito di Icaro (stai al posto tuo che se vai troppo in alto ci rimetti)… tramite queste storie ci insegnano ad essere piccoli a rimanere banali, questo vuole chi detiene il potere.

Citi messaggi sociali sulla normalizzazione, in cosa ti senti normale e in cosa non lo vuoi essere?

Mi dà molto fastidio il lato umano, io penso che il mito non ha difetti, non deve averne, io guardo Kate Moss e non posso pensare che è alta 1,40 m, nel mio immaginario Kate Moss è alta 4,50 m. Vai a letto con uno fico da palco e quando ti risvegli ha la barba, russa, puzza. Mi infastidisce la normalizzazione, il fatto che devo morire mi fa incazzare, ma tanto muoiono tutti, infatti la scienza si sta avvicinando ad eliminare la morte, tramite la medicina vivremo 200 o 300 anni, ma noi siamo dei primitivi, abbiamo fatto una guerra mondiale solo 70 anni fa… siamo ancora all’epoca dei romani, non a caso Camus in Caligola dice che il potere è fatto per rubare, questo perché siamo abituati che è sempre così.

Quali bisogni intimi compensi attraverso la scrittura delle tue liriche?

Questo non lo so, ragiono tanto ma scrivo in 5 minuti, magari mi ci vogliono due mesi; sono un accumulatore di frasi, le metto su un foglietto, poi torno a casa e le mischio e esce una canzone, non ci ragiono molto, ma ci deve essere un processo che io non conosco per cui le frasi poi si rincontrano.

Raccontaci di Leo Ferrè (personaggio della canzone “Signor Poliziotto”) e di Norman.

Avevo letto la storia di Leo Ferrè, meravigliosa, un uomo che aveva le bombe nella testa; non è una canzone contro i poliziotti, anche se la divisa è quello che poi rappresenta il potere. Norman è invece un ragazzo che si è ammazzato: togliersi la vita è un grande gesto rivoluzionario, farlo adesso purtroppo non fotte a nessuno, credo che non si debba farlo, ma lottare per le proprie idee sì. Poi interviene la politica e non interessa più a nessuno, diventa normale, ora gli dedicheranno una strada e tutto diventa normale. Purtroppo noi adoriamo questo: che ci dedichino una via. Quella morte è contro lo Stato e lo Stato non può inserirsi e dedicargli una stanza dell’università, perché lui si è ammazzato per andare contro l’università. Sono due rivoluzionari, ma quando sei morto non puoi più parlare e parla la gente al posto tuo e te la mette al culo.

“Il bisogno è il padre di ogni sogno”: quale è il tuo sogno per i Management, le tue aspettative per il gruppo da qui a 3/4 anni?

Io odio i ricchi ma vorrei diventarlo da fare schifo, per spendere tutto, mi piace spendere e ostentare, con 50 euro fai poco. Spero che vada sempre meglio; durante il nostro percorso abbiamo fatto delle cazzate pazzesche che poi ci hanno reso la vita difficile, lo facciamo sempre, da quando eravamo piccoli, andavamo nei posti, davamo fastidio e non ci facevano poi suonare più, siamo così, ma siamo sinceri. Vorrei che il gruppo non si compromettesse mai, che la gente lo capisse. Noi scriviamo quello che sentiamo, ma poi cambia, vogliamo rimanere puri ma nel vasto pubblico. Per arrivare a certi livelli devi fare quello che dicono loro, io vorrei arrivare a farlo, con il gruppo, e noi rimanendo puri.

In ambito di purezza, ci parli della pasticca blu?

Abbiamo trasformato il significato della pasticca per tirare su il pisello: dall’erezione all’elevazione, la poesia e l’amore (grazie a questo nostro amico poeta Paolo Maria Cristalli) come arrapamento del sentimento e del cuore. Lì per lì era un testo che parlava di un rapporto banale che aveva bisogno di una chimica diversa per scoppiare. Noi non abbiamo risposte, tutti abbiamo solo delle domande.

Quanto c’è di biografico nei testi? Hai detto che noi non raccontiamo storie, ma nell’ultimo album non sembra così, quindi tu le storie le racconti, hai detto una cazzata

Cambio idea molto facilmente, forse nemmeno intendevo dire questo, ci sono tanti gruppi che raccontano storie, a noi piace dire delle cose per poterne dire altre 100.000, lasciare spazio a tante interpretazioni, forse è quella la chiave. E’ meraviglioso quando le persone mi scrivono e mi danno un’altra interpretazione di una canzone, che io non volevo dire, ancora più bella di quello che pensavo. Ognuno ha una propria versione di una canzone. Alla fine le storie le raccontiamo, quella cosa che ho detto è sbagliata, ma probabilmente non l’ho detta io.

Il numero 8 in orizzontale è l’infinito, parlaci dell’associazione tra il gabbiano e l’infinito…

Mi è venuta questa idea che l’8 messo così è l’infinito e ho fatto questo ragionamento banale, noi siamo il numero 8, posizione banale tra il 7 e il 9, numero e ruolo che ci ha assegnato la società, dimenticandoci che attraverso noi passa l’infinito, noi siamo la vita eterna che passa attraverso di noi, noi siamo l’eternità e ci moltiplichiamo quando parliamo. Dice Gesù nel Vangelo, io ci sono quando siete due o più, se c’è una persona sola dio non esiste, quando siamo assieme, noi da soli non valiamo niente, noi siamo qualcosa e siamo Dio solo quando c’è il contatto tra due persone.

Hai detto amore, come sei tu in amore, come sei quando ti innamori e come è il Luca innamorato?

Io sono estremamente romantico e l’amore mio è quella ragazza bionda, l’amore è il marito della vita, diceva Piero Ciampi; tuttavia io credo che l’amore quello vero non sia quello di coppia, due persone si accompagnano per un certo periodo della vita, l’amore non puoi averlo per una persona sola, o lo provi per tutti o per nessuno, la coppia è il blackout dell’amore. E’ il ricordo primitivo di un sentimento così puro che non può riguardare solo due persone. Con questo non dico che bisogna fare le orge (magari ride), l’amore è il concetto che la vita è bella solo se stiamo tutti bene. Io mi vergogno di essere felice se una persona non lo è, chiaramente poi non mi posso sparare, ma l’amore è che tu vedi una persona sola in mezzo alla strada e ti senti male.

Allora, oltre ad avere un disturbo istrionico di personalità,  sei anche un incrocio tra John Lennon e Papa Francesco?

Papa Francesco mi ha copiato…

Dr. Romeo Lippi 

John Lennon: infanzia, psicoterapia e “dipendenza” da Yoko Ono

John Lennon è stato un personaggio cardine non solo della musica ma anche della società del ‘900.
Ma dietro la maschera del Beatle spaccone o quella del profeta della pace si celava una persona fragile, insicura, tormentata.

Le origini del male

Il padre di John si allontanò da lui in tenera età: John visse questa distanza come un abbandono. Venne presto assegnato alle amorevoli ma severe cure della zia materna, pur vedendo regolarmente la madre Julia. Lo zio George (figura maschile che sostituiva il padre) morì quando John aveva 11 anni. La madre Julia fu vittima di un incidente stradale quando lui era adolescente (17 anni).
La sua vita fu quindi segnata da PERDITE; lasciando un’indelebile traccia in lui.

Aiuto!

John era già famoso quando scrisse Help, canzone che dietro il ritmo allegro celava una vera e propria richiesta d’aiuto.

Non ho più tanta fiducia in me
Spesso mi sento così insicuro
Aiutami a rimettermi in piedi
Per favore, non potresti aiutarmi? 

Come dichiarò inseguito “Ero grasso e depresso e stavo invocando aiuto. Per davvero.”

Hai già visto il mio video su come auto-aiutarsi? Eccolo. 

Dalla droga alla spiritualità

Il bisogno di comprendere, di sapere, di AVERE RISPOSTE, prese varie forme: all’inizio nell’esplorazione della marijuana, poi nelle visioni indotte da LSD, fino ai viaggi in India e la devozione ai santoni dello spirito.

Psicoterapia: la scoperta di sé

L’eroina aveva fatto la comparsa nella vita di Lennon.
Yoko Ono passò un libro a John, era di uno psicoterapeuta californiano Arthur Janov: parlava della sua nuova forma di cura chiamata Primal Therapy. John se ne innamorò subito e cominciò a seguire un percorso.
Il terapeuta trovò in John

una spaventosa mancanza di tenerezza

John stesso faceva progressi, e dichiarò

Sei costretto a renderti conto del tuo dolore […] la maggior parte della gente scarica il proprio dolore attraverso Dio, la masturbazione o qualche sogno di successo… Io ho iniziato a guardare in faccia la realtà anziché andare sempre alla ricerca di una specie di Paradiso. 

Da questo percorso nacquero le canzoni del suo primo LP da solista, intriso di tematiche psicologiche.

Yoko Ono: amore o dipendenza?

John non poté proseguire il percorso poiché il suo terapista erano tornato in USA e lui aveva problemi col visto; lo stesso terapeuta pensava che John avesse ancora molta strada da fare, era ancora un “bambino spaventato“.

John allora si rifugiò ancora di più nel suo rapporto di FUSIONE con Yoko Ono: compagna non solo di vita ma ormai inscindibile partner lavorativo che compariva insieme a lui in tutte le produzioni e in tutte le interviste.

A lungo si è scritto se questa relazione fu l’origine della fine dei Beatles; ma una cosa è certa: John visse un legame che non aveva mai sentito; talmente era alta la PAURA di perderla che egli era affetto da patologica GELOSIA, passavano 24 ore al giorno insieme; quando Yoko forzò una separazione, “spedendolo” a Los Angeles, lui visse di nuovo l’ABBANDONO, ricadendo nell’alcol e invocandola tutte le sere al telefono di farlo tornare da LEI.

A voi la considerazione se fu amore o dipendenza…o entrambi.

Dr. Romeo Lippi

Capra dei Gazebo Penguins si racconta davanti allo psicologo

I Gazebo Penguins sono un gruppo indipendente di Correggio, ho incontrato il cantante e principale autore dei testi per fargli qualche domanda a sfondo psico…un grazie a MVM Concerti e Alessio Vitali di Live Your Hands che hanno permesso questo incontro prima del concerto della band presso il Glitter di Viterbo.

In diversi brani parli di relazioni… vorrei sapere come i sentimenti verso gli altri influenzano quello che scrivi?

Nei testi di Raudo (l’ultimo album) c’è una parte di autobiografia e una parte di fantasia, sono mischiate, uno stesso ricordo potrebbe cominciare dal vero e finire nell’inventato, o viceversa: per me è bello anche inventarsi una storia, qualcosa che potrebbe succedere, che potrebbe riguardare qualcun altro anche se non ha riguardato direttamente me. Certo che si parla di relazioni, soprattutto del mio vissuto: quando ho scritto l’ultimo album era il periodo in cui avevo terminato il mio vecchio lavoro e stavo pensando di dedicarmi completamente alla musica, stavo molto a casa. La relazione con questo luogo ha fatto sì che, probabilmente non a livello conscio, Raudo diventasse un disco con tantissimi tratti di   “domesticità”: la casa che perdi, la casa che troverai, il trasloco, i mobili, la quotidianità.

Non c’era un fuori: ero concentrato a scrivere ed ho scritto di quello che stavo vivendo in quel momento.

Come vivi la tua posizione di musicista? Riesci a vivere di musica? Questo come ti fa sentire?

Da quando è uscito l’ultimo disco le cose sono cambiate. Prima lavoravo in una compagnia teatrale, poi, a causa della crisi economica dove gli enti pubblici hanno tagliato i fondi, trarne da che vivere è diventato più difficile. Era il momento giusto per fare un disco e cercare di suonare tanto live.

Non campiamo con la vendita dei dischi, ma perché stiamo sempre in tour, questa di stasera dovrebbe essere la data 124 in 15 mesi. Quando suoni tutte le settimane puoi pensare di viverci. Poi sono uno che si accontenta: vivo in montagna, autoproduco molto,  ho un furgone per le band, sto trovando date ad altri gruppi; il mio obiettivo non è guadagnare un sacco di soldi, perché quello che sto facendo era quello che sognavo di fare quando avevo 20 anni e che si è realizzato con 12 anni di ritardo… ma quando un sogno si realizza, non dici sono troppo vecchio.

Quali sono le tue aspettative dalla vita da musicista?

Adesso, dopo questo lunghissimo tour, vogliamo cambiare musica. Siamo arrivati ad un punto in cui quando la serata è più difficile e il pubblico interagisce di meno arriviamo alla fine del concerto più stanchi. Quando la gente ti manda un feedback importante, anche quando suoni la stessa canzone per la 200esima volta, non c’è problema. Nonostante dobbiamo fare ancora dei concerti bellissimi, la voglia è quella di cambiare musica, di cambiare suono. Anche nei testi, cantare qualcosa di diverso, meno collettivo forse, boh.

Cosa ti deprime della vita da musicista?

Fai una cosa che sognavi a 20 anni e, in alcuni momenti, ti arriva a stancare.

Oppure ritrovarti a doverlo fare perché è il tuo lavoro, e magari quella sera del concerto vorresti stare a casa. Sono poche le volte che senti questa sensazione, ma quando la provi, poi te la ricordi al pari delle serate bellissime in cui era tutto pieno e c’è stato un bordello incredibile.

Quali bisogni personali esprimi con la tua musica?

La sensazione principale se mi guardo suonare è il godimento. È un’attività con un altissimo tasso di felicità per me. Semplicemente suonare, far uscire suoni che possono diventare musica da delle casse, musica che può diventare una canzone, canzone che può diventare il tassello di un disco.

E poi, fondamentalmente, a me piace raccontare. Scrivere testi è la cosa più difficile di un disco, è la cosa che mi prende più tempo, quindi diventa una sfida che mi stimola; a volte mi viene questa voglia di narrare, magari di qualcosa che non è stato mai trattato in altre canzoni, come ad esempio un trasloco. Lo stimolo dell’inedito.

Perché i vostri fan seguono i Gazebo Penguins, che emozione pensi di dare a loro?

Penso che la musica sia l’aspetto principale, un certo tipo di suono, di energia, poi può pure capitare che in certe parole si sentano descritti. Ad esempio la canzone “Riposa in piedi” che parla della perdita di mio fratello (morto in un incidente) ha suscitato molta empatia in tante persone, anche se magari non hanno passato la stessa esperienza, ci si ritrovano.

Nella canzone “difetto”, una persona ti dice “cresci un po’”: in cosa sei ancora adolescente? In cosa ti senti adulto?

Adolescente per la voglia di continuare a suonare, su un palco e con un sacco di volume.

Adulto quando torno da una data e vado a prendere mia figlia a scuola, lì mi ritrovo papà.

Cerco di integrare questi due aspetti: musica e famiglia, senza che diventino due mondi separati.

Narcisismo sul palco: siete in due a cantare…come gestite la leadership? C’è democrazia o gerarchia? 

Abbiamo tutti dei ruoli diversi: io seguo l’aspetto verbale, il bassista il suono; il batterista si occupa di organizzazione e web.

 Cosa vuoi per la tua band nel futuro? C’è qualcosa che gli manca? Come pensi di raggiungere questi obiettivi?

Sicuramente novità rispetto a quello che abbiamo fatto finora. Cambiare. Per noi l’importante è fare canzoni che durino il più possibile, siamo una band che vuole suonare tanto e che fa musica per stare in tour, vogliamo produrre tracce che abbiano il loro spazio di novità anche una volta finite di registrare, così quando le porterai in concerto  avranno ancora la possibilità di evolversi.

“Ogni scelta è perdita”: nella vostra carriera di musicisti avete fatto delle scelte…cosa avete perso? cosa avete acquisito/trovato?

Abbiamo perso la lingua inglese, le prime cose che facevano erano in inglese: allora ci potevano concentrare prepotentemente sul suono e sulla melodia; cantando in italiano devi trovare un equilibrio con altri aspetti, come dicevamo prima, comporre testi in italiano è veramente una sfida.

Abbiamo acquisito, cantando nella nostra lingua, una maggiore comprensione da parte del pubblico, una capacità di abbraccio più grande, le persone che ascoltano ci si ritrovano.

Tra le cose che abbiamo mantenuto, sicuramente le radici nei posti che ci hanno visto partire, per ogni disco nuovo il primo concerto lo facciamo al nostro paese con e per i nostri amici, quelli che, anche quando erano in 10 davanti a un palco, pensavano che con la musica avessimo qualcosa da dire.

La rabbia: nelle canzoni mi sembrate abbastanza incazzati: con chi siete incazzati? 

In realtà ci piace suonare incazzati perché se suoniamo più lenti ci annoiamo, ci viene più naturale fare tracce tirate…almeno fino adesso, magari nei nuovi pezzi ci saranno solo i violini…

 Dr. Romeo Lippi 

Perché ci facciamo i tatuaggi? Significati psicologici e antropologici

Il tattoo svolge diverse funzioni: è una carta d’identità dell’individuo, segnala l’appartenenza ad una tribù  o ad un gruppo, ma è anche un simbolo di un rito di passaggio  (ad esempio, all’età adulta).

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Cosa dice la scienza

Secondo l’ipotesi della “human canvas”,  il tatuaggio rappresenta un’estensione del proprio fenotipo che intende segnalare significati simbolici, che sono marker d’identità individuale o identificazione con un gruppo; proprio l’identificazione con un gruppo specifico, insieme alla dimostrazione di forza nel vincere il dolore e lo stigma sociale, erano le principali motivazioni dei tatuaggi fatti prima della post-contemporaneità.

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Secondo L’ipotesi “upping the ante”, a causa di fattori tipici della modernità, come l’aumento di popolazione e il miglioramento del sistema sanitario, le persone sviluppano la loro identità attraverso gli ornamenti: ci facciamo i tatuaggi per apparire unici, attraenti e per ottenere uno status superiore rispetto ad un gruppo.

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Cosa dicono i tatuati

Recentemente è stato chiesto ad un campione statisticamente significativo il motivo per cui hanno messo inchiostro sulla propria pelle; le risposte sono state classificate in queste categorie:

  1. – Essere speciali e UNICI
  2. – Enfatizzare la propria identità
  3. – Avere una NUOVA esperienza, superare un limite
  4. – Come simbolo di protesta o ribellione verso qualcosa
  5. – Appartenenza ad un gruppo
  6. Ricordare una fase di vita (un evento, una persona)
  7. – Motivi sessuali (tra cui feticismo, sadomaso, esibizionismo)
  8. – Motivi religiosi o spirituali

N.B.: le immagini sono foto di opere del Maestro Lippo, che mi ha gentilmente concesso l’opportunità di usarle!

Dr. Romeo Lippi

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