13 canzoni sulla schizofrenia [dai Pink Floyd ai Baustelle]

Cos’è la schizofrenia?

Secondo la versione aggiornata del Manuale Diagnostico Statistico delle malattie mentali (DSM V) si può affermare di essere di fronte a una persona con schizofrenia quando, per un periodo di almeno un mese, sono presenti per la maggior parte del tempo almeno due dei sintomi cardine della malattia tra:

  • illusioni/fissazioni;
  • allucinazioni;
  • pensiero (e linguaggio) disorganizzato;
  • disorganizzazione o anomalie del movimento;
  • atteggiamento catatonico.

Almeno uno dei sintomi presenti deve riguardare la presenza di illusioni/fissazioni o allucinazioni o pensiero (e linguaggio) disorganizzato. In aggiunta, per un periodo di almeno sei mesi, deve essere presente un certo grado di compromissione/disagio psichico e la persona deve mostrare un netto calo nelle capacità scolastiche, lavorative o nell’esecuzione delle attività quotidiane abituali, che in precedenza non comportavano difficoltà.

Ma come viene descritta la schizofrenia nelle canzoni?

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“La Gabbia d’amore” cantata da Carmen Consoli

 

Nella canzone Blunotte, pubblicata nel 1997 nel suo secondo album ”Confusa e Felice”, la “Cantantessa” siciliana sembra parlare di dipendenza affettiva.

Ho pensato alla “gabbia d’amore” tra padre e figlia.

Cos’è la dipendenza affettiva?

Nella dipendenza affettiva parentale sono sempre almeno due i soggetti: madre- figlia/figlio e padre-figlia/o.

In alcuni casi la dipendenza coinvolge l’intera triade padre-madre-figlio/a, tutti inconsapevolmente fautori di un circolo vizioso. I due o più individui soggetti a questo tipo di legame, senza rendersene conto e spinti dalle migliori intenzioni, cooperano nella costruzione di un labirinto che imprigiona tutti, e chi richiede un supporto di tipo terapeutico è di solito il figlio/a.

Un figlio che dipende affettivamente dalla madre o dal padre spesso esprime solo una parte di difficoltà ben più ampie e di più lungo corso, relative alla storia dei genitori, al rapporto che essi hanno con le famiglie d’origine e al sistema di valori a cui si riferiscono.

I genitori dipendenti, al di là della specificità del singolo caso, sono accomunati da un complesso di convinzioni, emozioni e comportamenti: ansietà e pessimismo,  problemi nella relazione col coniugerigidità morale.

La canzone

La canzone Blunotte mi sembra esprimere bene le problematiche che una figlia dipendente dal padre può avere. Il brano si apre con un’ ammissione:

 “Forse non riuscirò a darti il meglio, più volte hai trovato i miei gesti inutili /../ più volte hai trovato i miei gesti ridicoli”.

Da un lato una figlia che ha sempre cercato di dare alla persona amata tutto il possibile, dall’altro lato un padre che non ha mai saputo apprezzare tutti gli sforzi.

Prosegue con:

“E non ho fatto altro che sentirmi sbagliata”.

La sensazione della figlia di sentirsi sbagliata dopo continui sforzi nel cercare di plasmare se stessa per aver approvazione dal genitore. Infine l’acquisizione di consapevolezza da parte della figlia sta nella frase:

“Ed ho capito soltanto adesso, che avevi paura”.

Grazie Carmen! Buon ascolto!

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16 canzoni sugli psicofarmaci [dai Nirvana a Battiato]

Non sono un medico.
Come psicologo e psicoterapeuta non posso prescrivere farmaci, tantomeno dare dei “consigli” su modalità e dosaggi; tuttavia mi trovo a contatto con la farmacologia perché a volte i miei pazienti assumono: cerco di collaborare con i medici per la salute delle persone e per trovare la migliore terapia possibile.

Cosa penso dei farmaci? Semplice: bisogna vedere che senso clinico hanno, quale obiettivo, per quale malattia, se vengono presi a casaccio o c’è un monitoraggio medico su di essi. Continua a leggere 16 canzoni sugli psicofarmaci [dai Nirvana a Battiato]

Immaginare una canzone è (quasi) come sentirla [RICERCA]

Quali circuiti cerebrali usiamo per l’ascolto e l’immaginazione della musica? Ricercatori americani e canadesi (Zatorre, Halpern,Perry,Meyer e Evans, 1996) si posero questa domanda.

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I mostri che abbiamo dentro descritti da un grande cantautore scomparso

Fa un certo effetto non capire bene
da dove nasce ogni tua reazione.
E tu stai vivendo senza sapere mai
nel tuo profondo quello che sei
quello che sei.

Così inizia la geniale trattazione dell’inconscio composta e eseguita da Giorgio Gaber ne “I mostri che abbiamo dentro”; attraverso suoni tribali, cupi e onirici l’artista guida piano piano l’ascoltatore all’interno di un viaggio introspettivo di cui tutti diventiamo protagonisti.

Cos’è l’inconscio?

Trovando le sue radici già nei pensieri degli antichi greci, il concetto di inconscio prende campo con la nascita della psicoanalisi agli inizi del ‘900.

L’inconscio raccoglie tutti quegli elementi della vita psichica e affettiva che vi sono stati relegati perché troppo dolorosi e/o inaccettabili e, quindi, non accessibili alla coscienza.

In che modo le forze inconsce influenzano la nostra vita

Nella pratica clinica con i pazienti è evidente come le forze inconsce influenzino l’agire e il sentire delle persone senza che queste se ne rendano conto.

Ad esempio, i contenuti inconsci non elaborati sono quelli che ci spingono ad agire in modo che ci accadano sempre le stesse cose, che ci fanno innamorare sempre dello stesso tipo di persone portandoci in un vortice di relazioni fallimentari e che ci mettono continuamente davanti alle medesime frustrazioni.

Per quanto la nostra coscienza possa lavorare allo scopo di tenere sotto controllo le nostre forze sotterranee, prima o poi queste troveranno il modo di emergere.

https://instagram.com/p/8wOKR8O27d/?tagged=gaber

Inutile nascondersi. 

 I mostri che abbiamo dentro
che vagano in ogni mente
sono i nostri oscuri istinti
e inevitabilmente
dobbiamo farci i conti. 

 Quando l’inconscio ci indica che dobbiamo chiedere aiuto

Incubi ricorrenti, ansie non appropriate al contesto, attacchi di panico, somatizzazioni fisiche, alterazioni del tono dell’umore sono alcune tra le principali sintomatologie che ci indicano che qualcosa nella nostra vita cosciente è in dissonanza con la nostra essenza più profonda.

Articolo della Dr. ssa Silvia Pieri 

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Non mi basta più niente: il profilo psicologico dei Giorni Anomali

I Giorni Anomali sono una band viterbese che conta nella zona numeri paurosi: piazze piene e visualizzazioni alle stelle. Ora stanno cercando di traghettare il loro pop-rock fatto di consapevolezze forti verso l’intera penisola. Ho intervistato il cantante e autore, Federico Meli, mio amico, e questo è quello che ne è venuto fuori.

Il nuovo singolo si chiama “io non la voglio una vita normale”…perché?  Cosa c’è di brutto nella normalità?

Nella normalità non c’è nulla di brutto. Anzi la normalità/serenità é l’unica condizione che permette all’essere umano di vivere una vita “felice”. Il non volere/avere una vita normale è più che altro una tendenza, un’attitudine, un’occorrenza che nasce un po’ dal vissuto personale, un po’ dalla predisposizione. Certo è che senza il disagio e senza lo stare male viene meno quella rabbia e voglia di rivalsa che rappresentano l’unico mezzo per arrivare al coronamento di obiettivi importanti.

E io questa vita normale non la voglio anche se a volte costa caro.

 In cosa ti senti normale e in cosa no?

 Quando alzo un po’ il gomito sono capace di fare cose di cui vergognarmi; allo stesso tempo, durante i giorni feriali, sono uno che si sveglia la mattina alle 7.00 per andare a fare il professore di ginnastica e il maestro di scherma.

 Perché scrivi? Che bisogni compensi con la musica?

Senza dubbio lo scrivere canzoni è la cosa che mi ha salvato la vita. Dentro ad esse ho messo tutto il mio senso di inadeguatezza, tutte le mie rabbie, tutte le mie paure. La funzione catartica dell’arte penso sia da sempre e per sempre una cosa indiscutibile.

 Pensi che la tua infanzia e adolescenza abbiano degli influssi su quello che scrivi e canti?

Ovviamente sì. Direi quasi nella loro totalità. Voi psicologi mi insegnate che il vissuto, i traumi, i bei ricordi di quell’età, condizionano in maniera profonda tutto l’iter futuro di vita. E di conseguenza la stesura dei testi per chi fa musica.

 Visto che spesso i cantautori sono persone emotivamente turbate…cosa pensi della psicologia e della psicoterapia?

Personalmente ho vissuto l’esperienza della psicoterapia qualche anno fa. E senza problemi sono pronto a dire che insieme e contestualmente alla musica, è la cosa che mi ha salvato dall’impazzire.

 Ascoltando le canzoni, sembra che spesso tu dica alle donne “attenta, con me non si gioca”… Mi spieghi questa tua posizione?

Storicamente il gioco della seduzione passa dal fatto che i maschi “ci provano” e le femmine “fanno le femmine”. Questo ci sta, però, per come sono fatto io, credo molto di più in un gioco pulito, alla pari, senza tante “scene”, in cui o ti concedi o no senza mandarla troppo per le lunghe.

 Ogni tanto i personaggi delle tue canzoni sono femminili…cosa ti piace e cosa non ti piace in una donna?

Ricollegandomi alla risposta precedente, a me le donne piacciono solo di una tipologia: Rock’n’roll. Cosa intendo per “donna rock’n’roll”: che si lasci andare ogni volta che lo ritenga opportuno, e non che si contenga per motivi di normopatia o cultura cattolico-cristiana. Che sia sincera, che sia corretta.

Il frontman è sempre l’elemento del gruppo che attira di più…che rapporto hai con la sessualità? E con l’amore?

Per tanto tempo ho legato il concetto di amore per una donna al concetto di fedeltà. Da diverso tempo ho capito che le due cose non sono per forza legate. Per chi, come me, ha scelto il rock’n’roll come compagno di vita, sarebbe anche difficile ed incoerente pensare di credere o promettere ad una donna che le sarò fedele per tutta la vita.

Il mio rapporto con la sessualità va a periodi: in linea di massima sono una persona che ama cambiare spesso partner, condividere l’atto sotto l’effetto di sostanze alcoliche, sempre e solo in situazioni di festa.

 “Una vita a correre senza fermarsi mai”: Significa vivere pericolosamente? Che rapporto hai con la morte?

 Ho tanta paura della morte, la vedo come la fine della festa.

Sì, sono dipendente dal vivere pericolosamente, mi annoierebbe il contrario. Ho molta paura della morte, ma se prendo in considerazione il mio stile di vita mi rendo conto che non faccio nulla per posticiparla ad una data più lontana possibile, anzi…..

Avete un rapporto veramente carnale con il vostro pubblico: quali emozioni pensi trasmetta la vostra musica?

Penso semplicemente che essendo una persona nella media, la media delle persone si riconosca in quello che è il mio vissuto, e penso che l’aver ascoltato musica cantautoriale per moltissimi anni mi abbia insegnato ad esprimere in maniera abbastanza diretta quello che provo e quello che racconto.

 Chi è il fan dei giorni anomali?

Il nostro progetto è molto trasversale. Mi capita di avere feedback positivi a partire da un mio alunno delle elementari, passando dal tossico che mi ferma per strada, arrivando alla cinquantenne , ai coetanei, ai teenager. Insomma un bacino di utenza abbastanza eterogeneo.

Cosa desideri per il tuo gruppo? In fondo: cosa vuoi dalla vita?

Al punto in cui siamo arrivati, voglio l’Italia, il potermi permettere di vivere solamente di musica. Davanti a questa ambizione ormai non metto più niente, neanche la mia vita. Non mi basta più niente.

Intervista del Dr. Romeo Lippi