Come la musica mi ha aiutato nella vita (la “terapia” di Raffaella)

Raffaella non è una mia paziente. Mi ha scritto sulla pagina Facebook e mi ha raccontato la sua storia. Era una storia troppo bella e quindi le ho chiesto di scriverla. Eccola per voi. Spero che vi emozionerà come ha emozionato me. 

Cominciare dall’inizio

Lo Psicologo del Rock mi ha chiesto di scrivere un articolo sul mio rapporto con la musica, su come mi ha aiutata nella vita.

Allora mi sembra giusto cominciare dall’inizio: come in tutte le storie più banali non può mancare l’infanzia triste di una bambina che troppo presto ha dovuto salutare l’unica persona di cui si fidasse veramente, mio nonno.

Con lui probabilmente sono nate le mie due passioni più grandi: la musica e la mia città.

A dire il vero ero molto piccola quando lui è morto (6 anni) e forse le mie più grandi passioni sono le uniche due cose che ricordo di aver vissuto con lui. Fatto sta che dopo la sua morte dentro di me è nata la paura della solitudine.

I miei genitori erano troppo presi dalle loro insoddisfazioni come persone e come coppia,  per rendersi conto che dietro di loro c’ero io, ma io sapevo come prendermi i miei momenti di felicità.

Mio padre suonava il pianoforte,

ne aveva uno bellissimo di quelli verticali, di legno e aveva quel vellutino dove si attaccavano i tasti, Adoravo quel rumore che facevano quando picchiettavo i tasti con le dita.

La notte avevo paura di dormire (chiudere gli occhi e lasciarmi andare ai sogni forse già allora era troppo spaventoso per me) ma ecco che

la musica era lì come la mano di un genitore che accarezza la testa del figlio per farlo addormentare.

Il piano di mio padre era collocato nel salotto ed era appoggiato alla parete confinante con la mia stanzetta, la sera mio padre si esercitava a suonare un ‘’Notturno di Chopin’’e finalmente il mio cuoricino smetteva di battere all’impazzata e riuscivo ad addormentarmi.

Penso che sia stata la cosa più dolce che mio padre abbia fatto per me in quegli anni, a me piace pensare che lo facesse consapevole, che mi regalasse quella canzone. 

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Da Adriano Celentano ai Led Zeppelin

Passavo i pomeriggi giù al cortile a giocare, perché quando ero fuori casa ero felice.

Quando invece ero costretta a stare in casa la mia testa era ficcata nel mobile dove mia madre e mio padre tenevano i dischi (quelli che ascoltavo con nonno) e tra quelli mi sono creata la mia famiglia musicale, se così si può dire!

C’era Elton John e Kiki Dee che cantavano “Don’t go breaking my hearts”, c’era Adriano Celentano ma c’erano anche quelli che poi sarebbero diventati la mia passione, Pink Floyd, Led Zeppelin, Genesis e altri ancora.

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Ti piace questo tipo di articolo? Leggi anche https://www.lopsicologodelrock.it/psicoterapia-10-canzoni-che-curano-ragazza/

Comincia l’adolescenza

Ma poi all’improvviso mi sono ritrovata ad avere 12 anni e nel diventare “donna” ,

le tempeste ormonali che ne derivavano, mi hanno fatto cadere in uno stato al quale oggi so dare un nome  “depressivo”.

In quel periodo mia sorella imparò a suonare il piano e cominciava anche a cantare e mio padre era ormai preso dalla passione del blues, jazz, swing.

Benvenuto Gershwin nella mia vita! Riuscivo a staccarmi dal cibo e dalla televisione solo quando mio padre cominciava a suonare “Rhapsody in Blue”; comunque nei momenti “tristi” della mia vita c’era poco spazio anche per la musica. Troppe emozioni, troppa gioia, la pelle d’oca non era una cosa che poteva meritare una ragazza sbagliata come me.

Neanche provai a far cambiare idea a mio padre quando regalò tutti i miei amati dischi ad altre persone: aveva dato via la mia famiglia!

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Scappare di casa

Salterò velocemente al mio risveglio: inutile dire che tutto ciò che lo ha preceduto si può descrivere con una parola (o forse due): non vita!

A 17 anni andai via di casa, e nei vari anni di “vagabondaggio”, di solitudine, ho vissuto veramente e la musica logicamente è tornata nella mia vita.

Se tutto mi sembrava troppo per me, c’era sempre la musica a farmi compagnia.

Quando andavo a lavoro, quando rientravo a casa e facevo un bagno caldo, quando la notte a letto mi sentivo troppo sola.

Quando la mia voglia di vivere, di sentire, di emozionarmi si affievoliva mi bastava ascoltare un pezzo dei Beatles e ritrovavo immediatamente lo spirito vitale che mi animava.

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Ma ecco che la mia vita subiva ancora un altro scossone,mia madre si ammalò

Il pensiero che mi perseguitava era che troppa felicità non mi era concessa, me ne ero oramai convinta.

Così tanto convinta che comincia  ad inventarmi patologie inesistenti, l’ansia era la mia quotidianità, gli attacchi di panico mi bloccavano a letto per giorni.

Non volevo sentire niente, non volevo vedere niente, non volevo pensare a niente.

La mia testa era piena solo di pensieri che potessero uccidermi.

Così ho cominciato il mio primo percorso di psicoterapia

Dopo vari mesi di terapia, una sera mentre ero in macchina (logicamente accompagnata da qualcuno) per andare dallo psicologo mi resi conto all’improvviso, come ci si rende  conto del silenzio quando spegni la cappa che aspira i fumi del cibo in cucina,  delle voci degli speaker alla radio che presentavano il brano che avrebbero mandato; non ricordo di preciso che pezzo era, o di chi fosse, so solo che lo ascoltai e mi persi tra le note;

Così tanto che per la durata del brano nella mia testa c’era il vuoto. Niente ansia, niente paura. 

Da lì in poi mi resi conto che stavo avendo risultati, ma dopo poco rimasi incinta.

La gioia della gravidanza fece sparire qualsiasi paura

Ero felice!

Logicamente nella vita di mia figlia la musica non doveva mancare, passavo ore con le cuffiette sulla pancia e poi quando nacque facevo tutto a tempo di musica.

Quando la allattavo le cantavo canzoni dei Beatles, oppure di Battisti; poco importava, la mia famiglia (quella musicale) era anche la famiglia di mia figlia.

Sono stata tanto felice, ma purtroppo non ero ancora io.

Non ancora.

Mi aggrappavo alla felicità che provavo nel vedere le manine della mia bimba, mi aggrappavo disperata all’amore che lei mi dava in un piccolo sguardo, in un sorriso o nel suo piedino sulla mia pancia mentre eravamo a letto; ma io non c’ero veramente!

Quando lei è diventata più grandicella, e orami non era essenziale la mia presenza ho dovuto affrontare me stessa.

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Mi sono aggrappata quanto più potevo a lei, alla musica, al mio compagno, ma era solo un bisogno. Bisogno disperato di compagnia, la bambina infelice che era in me stava tornando a ricordarmi della sua esistenza, e della sua infelicità.

Che diritto avevo io di essere felice?

Di nuovo in crisi, di nuovo dallo psicologo

Seguirono 4 anni di ansia e panico (e totale assenza di musica!) decisi, allora,  da sola e con la piena volontà che era ora di ricominciare il mio percorso interiore.

Questa volta mi ritrovai da una psicologa che mi spiegò il suo modi di lavorare e come conoscere ciò che veramente ero.

Accettai, nonostante mi disse che sarebbe stato difficile e avrei dovuto lavorare molto su me stessa, per tornare a vivere.

Dopo 4 anni di “morte” niente poteva sembrarmi troppo, avevo bisogno di tornare a vivere.

Cominciai il mio percorso, e dopo qualche mese ero a casa e per caso mi capitò di sentire un pezzo di Battisti alla tv. Cominciai a cantare, e mi venne la pelle d’oca.

Alla seduta successiva ne parlai con la mia psicologa, ed effettivamente era stato il mio primo risultato: stavo cominciando a respirare.

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Affrontare tutto con la mia vecchia amica: la musica

Da allora ogni cosa che ho dovuto affrontare ho preferito farlo con la mia vecchia amica: la musica.

Ho realizzato solo durante la terapia quanto nella mia vita la musica sia stata fondamentale.

Ho realizzato che se la vita ti riserva un’infanzia “triste” il vuoto che ne deriva è incolmabile.

Ma bisogna vivere anche con questo vuoto.

Ho realizzato che se nessuno ti spiega cos’è un’emozione (come l’amore, la tristezza, la gioia) o addirittura te ne fa una colpa tutto ciò che si prova può diventare  spaventoso.

Ma bisogna esser consapevoli di ciò che proviamo per poter vivere appieno.

Ho realizzato che quando sei solo a dover imparare certe cose ti risulta molto più semplice controllarle piuttosto che viverle.

Ecco perché per me la musica è stata fondamentale (magari per altri sarà la poesia, l’arte o altro) perché accende in me sensazioni incontrollabili. Mi fa sentire viva!

Nel mio percorso ho imparato a dare ascolto alla bimba che è in me, ma ho imparato anche che oramai sono una donna e da tale devo vivere.

Con la mia cassa Jbl e centinaia di brani scaricati su spotify VIVO la mia vita giorno per giorno.

E come canta Morgan nella canzone che per me più di tutte descrive il mio percorso di rinascita:

“Ho deciso di perdermi nel mondo anche se sprofondo, applico alla vita i puntini di sospensione.”

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Ti piace l’utilizzo delle canzoni dallo psicologo? 

Se sei interessato a unire il mondo della psicologia con la magia delle canzoni, puoi approfittare delle nostre proposte; ti potrà sembrare un approccio troppo marketing dopo un articolo del genere ma se possiamo fare bene a qualcuno, perché non farlo?

Se sei interessato a sedute individuali ecco i contatti 

Se sei interessato ad un approccio di gruppo, ecco il gruppo di Songtherapy 

Se sei un collega (psicologo, psicoterapeuta, counselor, medico) il 22 Maggio ci sarà un corso di formazione sui metodi della Songtherapy, informati. 

Dr. Romeo Lippi

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Pubblicato da

Romeo Lippi

Psicologo, Psicoterapeuta, Cantautore. Responsabile e fondatore del progetto "Lo Psicologo del Rock". Uso nella mia vita e nella mia professione l'integrazione tra canzoni e psicologia.