“Ho perso mia moglie. Questa è la mia canzone per lei”

Qualche mese fa un collega psicoterapeuta mi ha scritto un’e-mail. Mi ha descritto la sua storia e mi ha fatto sentire una traccia. Mi ha molto commosso. Gli ho chiesto di scriverla, così da pubblicarla, e far conoscere a tutti questa vicenda, drammatica e bellissima allo stesso tempo. Lo ringrazio ancora.

Queste le sue parole: 

“Ci sono momenti, nella vita, che ti arrivano addosso indesiderati, perché la vita è così, ha una sua giustizia a noi sconosciuta, che non possiamo comprendere, ci dà e ci toglie con la medesima benevolenza e crudeltà.

Ma le emozioni rimangono.

Restano dentro a un cassetto, nel nostro cuore e, ogni volta che le andiamo a cercare e riapriamo quel cassetto, ne escono con la stessa intensità con cui le avevamo vissute.

La morte di mia moglie

Qualche anno fa, la persona con cui, da vent’anni, avevo deciso di condividere la mia vita per farne qualcosa di più, mi ha lasciato, dopo una malattia, un tumore al seno, a fare i conti con la mia vita senza di lei, e con un meraviglioso bimbo.

Ho passato i miei ultimi sei anni con lei con un’intensità che solo la paura di perdersi e doversi lasciare dona.

Tante paure e speranze e dolore e gioia immensa, condite con l’ intimità dell’abbandonarsi al qui e ora, nel noi, con la speranza che non finisse mai. Il tutto nella cornice di una vita normale, fatta di famiglia, paternità e maternità, lavoro, amicizie e felicità.

Nell’ultimo anno, la situazione è precipitata e Raffaella non poteva più essere autonoma, a causa di una grossa metastasi al cervello che la costringeva a dormire per la maggior parte del tempo, le impediva anche solo di utilizzare il telefono, ma che la rendeva, se possibile, ancora più dolce.

Quei mesi sono stati i più difficili: far conciliare il lavoro, lo starle vicino e l’essere padre.

La sera, dopo che sua madre era andata via da casa nostra, restavamo solo noi e, quando anche
il nostro cucciolo s’ era addormentato, io mi ritrovavo a girare per casa come un’anima in pena, in attesa di prendere sonno.

Era il momento in cui ero solo con me stesso, con le mie emozioni, che riemergevano con tutta l’ intensità negata loro durante il giorno.

Il ruolo della musica

In quel periodo, mi capitava molto spesso, nei viaggi di lavoro in macchina, di ascoltare musica e di essere aiutato dalle canzoni ad evocare il mio dentro, tanto che mi dovevo fermare per scrivere parole e frasi che emergevano con forza. Le appuntavo ovunque: nel telefonino, sulle schede-carburante, sui biglietti da visita, sull’agenda.

Una delle canzoni che mi suscitavano più emozioni era “Someone like you” di Adele, soprattutto durante il ritornello; grazie alla sua voce, che mi penetrava fin nelle viscere, facendo affluire sentimenti intimi ed emozioni, mi sintonizzavo su una parte profonda di me.

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L’incontro con la chitarra

Un giorno, sono entrato in un magazzino musicale fornitissimo e, attirato da una chitarra elettrica, l’ho comprata.

Per il mio diciottesimo compleanno, le mie sorelle mi avevano regalato una chitarra, che io imparai a suonare da autodidatta, perché la musica rappresentava da sempre la mia passione più profonda. Per vent’anni, però, trascurai la chitarra, preso com’ero dalle tante cose da fare: studio, lavoro, impegni familiari.

Però, in quel momento sentivo il bisogno di compagnia, per quelle sere desolate, e la chitarra lo è diventata.

Una chitarra elettrica senza amplificazione è discreta, quasi impercettibile, perfetta per non disturbare chi dorme.

In un modo che ancora non so, le parole che scrivevo nei miei spostamenti sembravano contenere una melodia, e alla sera diventavano parti di canzoni, che parlavano di me, di ciò che mi abitava. E, in quei momenti, sentivo di poter comunicare la parte più intima di me; sono diventate il messaggio nella bottiglia che un naufrago dona al mare per il bisogno di credere che qualcuno, leggendo il messaggio, lo restituisca alla sua vita.

Ho scritto una canzone per lei: “Ti Stringo a Me”

Dapprima, le mie parole erano solo per me, poi, un giorno, ho trovato il coraggio di cantare la mia prima canzone a Raffaella. C’ erano molti dei nostri migliori amici, era una Domenica di festosa compagnia e, allora, le ho cantato “Ti stringo a me”, dicendole che era la nuova canzone di Raf e che parlava di due innamorati che dovevano lasciarsi.

Lei mi ha ascoltato e, alla fine, mi ha applaudito. È stata una di quelle emozioni che non si scordano mai.

Questo è avvenuto un mese prima che Raffaella se ne andasse.

Da allora, non ho più smesso di scrivere e comporre musica per guarire la mia anima.

Il 18 Novembre del 2015, in occasione del quinto anniversario della morte di mia moglie, ho pubblicato “Ti stringo a me” su Youtube, decidendo, così, di raccontarci, anche per ringraziare la vita e Raffaella della storia che ho potuto vivere con lei, bene prezioso e raro.

Certo, l’epilogo non è come l’avremmo voluto, ma quei vent’anni della mia vita non li scambierei con nulla al mondo.”

Ecco la traccia, grazie a Fabio Mazza. 

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Pubblicato da

Romeo Lippi

Psicologo, Psicoterapeuta, Cantautore. Responsabile e fondatore del progetto "Lo Psicologo del Rock". Uso nella mia vita e nella mia professione l'integrazione tra canzoni e psicologia.