I Selton e la funzione terapeutica delle canzoni: la “cura invisibile”

Abbiamo incontrato i Selton dopo il loro show al Lightstage dello Sziget Festival 2016. Dopo un live molto espressivo e partecipato sono stati molto disponibili a rispondere alle nostre domande.

Come sapete, noi dello Psicologo del Rock  siamo interessati alla funzione “terapeutica” della musica e lo stiamo chiedendo a vari artisti italiani: ecco il contributo del quartetto italo-brasiliano.

La musica per molte persone ha un effetto “terapeutico”:  la musica fa stare meglio, emoziona e aiuta anche a superare i momenti difficili della vita; con essa si riesce a volte a scendere in profondità e a entrare in contatto con le nostre parti più intime.

Parliamo della musica dei Selton, quali sono le canzoni che sono più terapeutiche per i vostri fan? Avete in mente anche qualche episodio specifico?

In realtà non sono poche le persone che sono già venute a dirci questa cosa: oggi per esempio una ragazza ci diceva che stava vivendo proprio un periodo difficile e il fatto di essere presente oggi al nostro concerto l’ha aiutata a tirare tutto fuori.

Questi giorni abbiamo ricevuto su Facebook un messaggio di una ragazza che ha appena perso la mamma, ed ha detto che ha sentito “Voglia di Infinito” per radio emozionandosi tantissimo. Guarda, ci ha scritto un messaggio enorme.

Un’altra ragazza che viveva in Irlanda ci ha raccontato che dopo aver passato un periodo di “forte depressione” ha detto che ogni tanto usciva dal lavoro, entrava in macchina e metteva il nostro disco perché

eravamo un po’ come un anti-depressivo per lei e questa cosa per noi è incredibile: sapere che la nostra musica ha questo potere di tirare su le persone.

Ottimo, quindi avete anche dei feedback! Ci sono delle canzoni specifiche o questo potenziale è applicabile a tutti i vostri pezzi?

Sicuramente può diventare un po’ personale rispetto al tema. Diciamo che ci sono canzoni che in qualche modo con quello che dicono di base sono già un po’ “terapeutiche”, penso anche per la loro natura autobiografica; in questo senso “Voglia di infinito” credo sia più chiaramente “terapeutica”, ha quell’effetto riflessivo, che in qualche modo porta un po’ di conforto.

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A livello personale quali sono state le vostre canzoni terapeutiche? sia di quelle scritte da voi, ma anche di altri gruppi che ascoltavate prima o sentite adesso.

Eduardo: Ricordo che quando mi sono lasciato con la mia ex ragazza e stavo molto male, mio fratello mi ha passato “Harvest moon” di Neil Young e mi ha detto “ascolta questo, piangi, e usalo nella tua arte in qualche modo” e mi sono detto:

“cazzo, è proprio così, non c’è niente da fare, mi ha fatto proprio quell’effetto”,

ora dico che fu proprio una roba terapeutica per me.

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Daniel: il secondo disco di solista di Paul Simon dove c’è “Fifty ways to leave your lover”. Quel disco per me è “wow” perché anche io ero lì, mi ero lasciato con la mia ex; per me è stato abbastanza utile, non so se “utile” è la parola giusta ma…

Benefico!

Daniel: Sì, esatto benefico!

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Ricardo: Come ascolto per me c’è stato Lou Reed con “Modern Dance”; io la chiamo la versione adulta di “Voglia Di Infinito”. Una canzone che parla di una persona che affronta dei cambiamenti.

Ascolti la frase “it’s all downhill after the first kiss” (è tutto in discesa dopo il primo bacio); senti quello e sbam! Pensi quanto hai ragione, quanto è orribile, quanto è vero.  

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Ramiro: A me in realtà viene in mente la musica brasiliana in generale, perché credo che questa sia una cosa che noi abbiamo vissuto tanto da quando siamo andati via, perché in realtà sono ormai 11 anni che siamo via, ed è stato un processo molto particolare di riscoprire la musica brasiliana vivendo fuori.

Ricordo i primi periodi che andavo in Portogallo con altri amici ho scoperto e mi sono tuffato dentro gli autori che cantavano nella mia lingua d’origine, il portoghese appunto; credo che stando lontano ed avendo la mancanza di casa, riscoprire la musica brasiliana, così con uno sguardo esterno, è una cosa che ci ha fatto diventare anche più brasiliani e consapevoli della nostra “brasilianità”, in qualche modo ci ha fatto anche crescere.

Sul palco siete molto espressivi, carismatici e divertenti. A percezione mia credo che dietro ci sia anche un aspetto di naturale timidezza, contrapposta a questa espressività. La musica vi è servita a livello espressivo, per tirare fuori quello che a volte per timidezza rimaneva chiuso e tenevate dentro di voi?

Daniel: Questo sicuramente, proprio tanto tanto. Nel rapporto anche con il tuo corpo. Io ho fatto per anni percussione corporea, e per me è stato davvero terapeutico il rapporto con me stesso prima e dopo quella cosa. Il fatto di essere insieme noi quattro sul palco è importante, tutti noi ci permettiamo di più.

Gli altri: Anche cantare un pezzo, guardando la gente in faccia, credo che sia un’abilità acquisita perché non si nasce totalmente estroversi e quando si diventa artisti, esprimendosi attraverso le parole, bisogna trovare un modo per comunicare; poi la musica è davvero un modo per affrontare timidezza e insicurezza!

Una battuta a testa: qual è per voi, in estrema sintesi, la funzione della musica?

Ramiro: Per me è emozionare: toccare dei punti che a volte non sai nemmeno perché si toccano, ma ti fa venire fuori un’emozione importante, fondamentale.
Credo che tra tutte le arti, la musica sia la più universale; indipendentemente dalla lingua, puoi non capire le parole, ma arriva dritta ugualmente.

Ricardo: Io dico comunicare. 

Daniel: Io ripeto una frase che ha detto il mio papà: l’antidoto alla barbaria. 

Eduardo: Per me la musica è una cura invisibile. 

Intervista finita! Un ringraziamento ai Selton, al nostro Francesco Maria e a Ettore e Carlotta di Sziget Italia! 

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Pubblicato da

Andrea Montesano

Psicologo a Roma Nord. Come Romeo utilizzo le canzoni nel lavoro con i miei pazienti e questo accelera il cambiamento più velocemente, contattami e prova! Info su andreamontesano.it.. Scopri di più...